Tra un mondo che muore e un mondo che nasce. Come agire?

Nel 1935 in una Conferenza il pensatore svizzero contro-rivoluzionario Gonzague de Reynold [1880 – 1970] analizzava, dalla sua contemporaneità, l’epoca che si chiudeva – la modernità – e l’avvicendarsi di un nuovo mondo. Su questo crinale, si chiedeva anche quale fosse il ruolo e la strategia che i cattolici avrebbero dovuto mettere in campo. Difendere il passato, già morto e propulsore della rivoluzione? O – fermo restando la condanna degli errori – assumere un atteggiamento missionario per essere presenti nella nuova e faticosa costruzione di un mondo nuovo? Con delle riflessioni veramente profetiche – dedicate al compito degli intellettuali ma valide per tutti – il pensatore svizzero optava per il secondo atteggiamento, anticipando così la prospettiva del Congonzague-de-reynoldcilio Vaticano II e l’ottica in cui particolarmente si pone ai nostri giorni il Magistero di Papa Francesco.

Di seguito il paragrafo, tratto dal testo Gonzague de Reynold, La Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, a cura di G. Cantoni, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 172 – 174.

Signori, piaccia o non piaccia, dobbiamo accettare il nostro tempo, perché non abbiamo il potere di non esservi e perché la Provvidenza ci ha posto qui per compiervi la sua opera. La nostra missione non consiste assolutamente nel difendere quanto è già morto, già inattuale. La nostra missione non consiste neppure nel rifugiarci in una spiritualità assoluta e chiusa, al di sopra della mischia, lanciando l’anatema sul secolo, sui suoi errori e sulle sue lordure: questa sorta di disfattismo spirituale richiama troppo il pessimismo eccessivo dei giansenisti e dei primi riformatori. Se volete recitare la vostra parte di apostoli e di architetti, il vostro primo dovere sta nel capire questo tempo e di conseguenza nello studiarlo, perché, dice Sant’Anselmo [d’Aosta (1033 – 1109), è «[…] negligenza se […] non cerchiamo di capire quanto crediamo». Il mondo nuovo si fa senza di noi, si fa forse contro di noi, come si è fatto l’impero romano, come si sono fatte le nazioni barbariche: impariamo tuttavia ad entrarvi, anche nonostante esso, come il lievito nella pasta, secondo il consiglio del Vangelo.

Ora, questo tempo è povero; quanti si sforzano di ricostruire sono nati nell’ errore. Noi siamo ricchi di tesori spirituali, di verità, di certezze, di principi, di mezzi, di conoscenza degli uomini, di esperienze. Se prendiamo in considerazione le idee del nostro tempo e il modo in cui le applica, ci è facile condannarlo senza remissione. Ma i fenomeni ai quali assistiamo oggi sono estremamente complessi. Sono fenomeni umani, molto più affettivi che intellettuali, molto più condizionati dai fatti che dalle teorie. Le teorie sono colte attraverso i fatti, trascinate dai sentimenti; le vediamo modificarsi tutti i giorni sotto i nostri occhi. Non si tratta assolutamente – è inutile dirlo – di trascurare le teorie, perché dobbiamo perseguitare instancabilmente l’errore, soprattutto quello in cui ci siamo abituati a vivere. Bisogna anche sapere che siamo di fronte a grandi fatti storici, non a dottrine elaborate e fissate su carta, nel silenzio di uno studio.

Condanniamo dunque le teorie, gli errori con tutte le nostre forze; ma, nei confronti di quanti le applicano o le subiscono, nei confronti degli uomini viventi e dei popoli sofferenti pratichiamo la carità nella sua forma la più elevata e la più difficile: la sua forma intellettuale. Cerchiamo di capire prima di condannare. Negli errori peggiori vi è talora una particella di verità necessaria, che si nasconde: cerchiamo di liberare questa particella; non dimentichiamo che la nostra dottrina cattolica, se è di ferro, attira sempre come una calamita. Anche le forme più estreme e ributtanti contengono necessità vitali o bisogni imperiosi, oppure aspirazioni confuse verso l’ordine politico e la giustizia sociale.

Viviamo, ve l’ho già detto, un periodo di transizione, fra due epoche. Tali periodi non si compiono mai nella pace e nell’ ordine; si compiono sempre nel disordine, e li caratterizza la violenza. Sempre vi è una flessione della moralità, della stessa civiltà. I progressi che si preparano, che verranno riconosciuti, che verranno adottati dopo, iniziano sempre con eccessi, con esagerazioni.

Signori, questo tempo è ancora un tempo di guerra. La fortezza cattolica è la sola a resistere. Non ponetela davanti a voi, come una protezione: ponetela dietro a voi  come un appoggio; entrate nelle trincee del mondo nuovo e portatevi avanti. Perché questo mondo nuovo non va assolutamente atteso, ma fatto, non va assolutamente subito, ma portato, non assolutamente rinnegato, ma conquistato.

 

IL PATRONO E LE ANTICHE RADICI

Acqua scrosciante dal cielo, per giorni e giorni, si abbatteva su quel “rus” di Castroreale, ma il fiume che lambiva il paese era quasi all’asciutto. Una frana più sopra, zona Catalano – scoperta da un Cavaliere, forse San Giorgio – ostruiva, come fosse una diga, il passaggio dell’acqua; allora l’allarme gridato per le vie e per le piazze: «cristiani, chi si può salvare, si salvi!». La bomba d’acqua e fango presto avrebbe cavalcato verso l’antica Rhodis. Un brivido pietrifica tutti, ma occorre muoversi: cosa prendere? Cosa lasciare? E soprattutto verso dove andare?
Mentre il piccolo mondo stava per perire, mentre l’ambiente di una vita stava per essere cancellato, è l’identità che i nostri padri hanno scelto di tenere stretta e di salvare. Erano ben consapevoli delle radici, quei nostri antenati, che – come Enea che ha portato in salvo i Numi tutelari in fuga da Troia conquistata e devastata – mettevano in salvo quel simbolo di fede, quella Statua di San Bartolomeo (opera di A. Calamech) alla cui ombra erano cresciuti, a cui si erano rivolti, verso cui avevano sospirato ed implorato, così come era loro stato insegnato dagli avi.
Siamo nell’ultimo ventennio del XVI secolo, l’alluvione cancella tutto, seppellisce il mondo materiale di prima, sfilaccia la sottile corda della memoria, genera uno choc di popolo, ma lascia viva una traccia: quella di un popolo religiosissimo legato al suo Patrono che ne stabilisce una chiara identità.
Dove andare? Farsi assorbire da Castroreale? Mescolarsi con gli abitanti di Protonotaro o di Milici? Sarebbe finito tutto, le radici sarebbero state recise. In quei momenti concitati si guarda al Patrono. Lo si invoca: “San Bbattulumèu du Castru!” – ma quel carro tirato da buoi, su cui era stata issata la sua statua, non si smuove minimamente, nonostante i bovari incitano e punzecchiano gli animali; “San Bbattulumèu di Petrunutàru!” e poi ancora: “San Bbattulumèu di Milici!”, ma niente! san-bartolomeo
Mentre l’acqua minacciosa avanza, una voce si leva: “San Bbattulumèu di Rrudì!”, i buoi accennano i primi passi e subito procedono velocemente – e dietro di loro un popolo – verso il monte, ai piedi di Limbia, verso la salvezza, verso la ricostruzione.
Il mondo materiale di prima è stato distrutto, le case, le piazze, le strade – forse anche diversi abitanti – non ci sono più, la memoria nel tempo diventa più vaga, ma cosa rimane? Resta l’elemento più importante: l’identità. Quell’ identità che la fede nei secoli aveva forgiato intorno ad un simbolo, intorno alla statua di San Bartolomeo. Questa alta devozione – spesso non scandagliata in profondità – che riconnette i “rodiòti” direttamente alla prima comunità degli apostoli e quindi al Salvatore stesso.
Il mondo materiale è perito, il mondo spirituale ancora una volta diventa il garante della ricostruzione, anche della sfera temporale. E così, giorno dopo giorno, si riscrive una storia, si varcano i secoli all’ombra dei nuovi campanili; tra epiche rissosità rusticane e slanci di generosità, si giunge anche all’Autonomia amministrativa e tra qualche mese il Comune spegnerà 70 candeline.
Il paese è stato riedificato, il “Municipio” è stato concesso! E la comunità? Sì, la comunità, ovvero quella dimensione di un raggruppamento umano in cui è condivisa – riecheggio il filosofo- contadino Gustave Thibon – la stessa esistenza spirituale e materiale e in cui si è soggetti agli stessi rischi e si perseguono i medesimi fini? Sì, la comunità, quell’ anima di un paese che discende dalla somiglianza tra le persone che si riconoscono in un medesimo destino e che vive nelle trame dell’interdipendenza e della solidarietà reciproca. La comunità, c’è?
Bella sfida! La comunità va costruita giornalmente, quella riguarda proprio quel mondo spirituale, che fa grande e prospero il mondo materiale. Essa va costruita a partire dalla nostre radici, da quel riferimento a San Bartolomeo e alla leggenda che corre di bocca in bocca, quasi come “mito” della nuova fondazione. Ma, allora, è necessario andare a fondo al messaggio che ci proviene da Bartolomeo. La pagina del Vangelo che scolpisce nei secoli il carattere di quest’uomo lo presenta come il pio Israelita in cui non c’è falsità, con mente e cuore aperto alla trascendenza. Già alla trascendenza, al cielo, sì, proprio a quelle radici degli uomini che Platone aveva già individuato non nella terra, ma nel cielo, come se l’uomo fosse una sorta di albero capovolto. Questa trascendenza per Natanaele, figlio di Tolomeo, non era più una astrazione, ma una Persona che aveva incontrato: il Rabbi, il Figlio del Dio vivente!
E allora la Festa del Patrono diventa un “luogo” privilegiato per andare non solo alla nostra storia, ma anche al senso che da essa si coglie. Una memoria che ci scuote e ci interroga: qual è il rapporto che noi, come singoli e come paese, abbiamo con l’esempio che ci offre San Bartolomeo: siamo disposti a far rivivere le nostre radici? Siamo disposti a difenderle, respingendo le minacciose alluvioni culturali, morali e spirituali che attentano alla nostra esistenza e che prendono la forma di colonizzazioni economiche ed ideologiche con declinazioni anche locali? Cosa siamo disposti a fare per costruire un clima di comunità nel nostro paese? Ci piace vivere nella verità – sull’esempio di San Bartolomeo – o scegliamo mezze verità o menzogne, se non la via del relativismo?
Costruire la comunità significa scegliere giornalmente la civiltà davanti al pericolo delle barbarie, far vincere la ragione sull’istinto, esercitarsi nell’ordine interiore per costruire un’armonia sociale. Nessuno sta così in alto da potersi ritenere al di fuori di questo compito, nessuno è così in basso da non potersi considerare all’altezza; ognuno, secondo il posto e il ruolo che occupa, è l’attore principale, il cercatore della verità con lealtà e costanza, colui che mette la propria pietra nella costruzione di un grande edificio, l’artigiano della comunità.
Avanziamo verso il futuro, con la chiara idea di costruire – ricevendo linfa vitale dalle nostre radici – un paese migliore, di costruire cioè una comunità… non c’è modo migliore di seguire le orme del Patrono.

Rodì Milici, 24.8.2016

Perdonare le offese

«e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi, infatti, perdoniamo a ogni nostro debitore»(Lc 11,4)

Davanti a questa quinta opera di misericordia spirituale non bisogna affatto prodursi in pensieri banali. Per evitare questo bisogna capire, innanzitutto, cosa significa perdonare e quale sia, in qualche modo, una corretta “fenomenologia” del perdono.

Non vi sono dubbi che tutta la storia della salvezza è una storia di perdono da parte di Dio nei confronti del peccato dell’uomo, tant’è che il nucleo del messaggio del vangelo risiede proprio nell’affermazione concreta dell’infinita misericordia di Dio per l’uomo che lo salva – al costo della vita del Figlio – dal male del peccato: «Dio perdona sempre! Non si stanca di perdonare. Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere perdono. Ma Lui non si stanca di perdonare» (Papa Francesco).

Riceviamo offesa – letteralmente dal latino ob fendere – quando veniamo “colpiti” dall’altro, ovvero quando veniamo fatti oggetto di ingiurie, attacchi verbali e fisici, calunnie e atteggiamenti negativi che generano nel nostro animo sofferenza e dolore. Questi atteggiamenti, anche se in modo minimale, sono presenti giornalmente nella vita di ogni uomo che ha a che fare con altri uomini.

Cosa fare, allora, davanti all’offesa? Perdonare significa certamente non condannare, continuare a guardare con benevolenza l’altro; significa, al tempo stesso, non accusare, ma neanche scusare il male subito. Il perdono può esser visto come un cammino che cresce a tappe, che va maturato, in qualche modo, anche in proporzione all’offesa ricevuta. È una elaborazione nella memoria del male ricevuto e, quindi, un graduale distacco da esso e una guarigione della ferita che ha generato. È, infine, un atto di libertà e magnanimità che fa bene, innanzitutto, a chi perdona in quanto perdonando riceve come una sorta di liberazione dal potere di chi lo ha offeso, annullando nel proprio animo sentimenti di rabbia e di vendetta. Ma fa bene anche a chi viene perdonato, lasciando che capisca che la natura dell’uomo creato da Dio, e quindi la sua natura, non può e deve essere fissata nel male che ha commesso ai danni del fratello.

Scrive il filosofo Robert Spaemann: «il significato specificatamente umano del perdono appare insostituibile unicamente laddove l’ordine della reciprocità viene distrutto dall’abuso di uno o, che è lo stesso, dal suo mancato approdo all’esigibile realizzazione della realtà dell’altro, a una esigibile benevolenza. Che cosa avviene nel perdono? Colui che perdona percepisce la realtà dell’altro, il suo esser-sé, al di là dell’esser-così che questi ha mostrato nelle sue azioni od omissioni, permettendogli così di prendere le distanze da tutto ciò».

Nessun uomo a causa del peccato originale è all’altezza di onorare perfettamente il suo statuto di creatura ad immagine e somiglianza di Dio; quando questo non avviene nel campo delle azioni umane, il perdono inngiovanni-paolo-ii-e-ali-agcaesca questo appello che non relega al male chi lo ha commesso, ma lo spinge a liberarsi da esso e tendere alla sua vera natura. L’importanza del perdono – come pratica morale – è, dunque, in qualche modo, fondata su un limite ontologico che l’uomo reca in sé.

In questo senso, perdonare non significa abolire la giustizia, ma ferme restando le sue esigenze, è l’avvio di una rigenerazione interiore del peccatore che viene sciolto dal suo esser-così. Dio, nella storia della salvezza, ha instaurato con l’uomo un atteggiamento di giustizia e perdono, compenetrati come Lui solo sa e può fare, in quanto giusto e buono al tempo stesso. La giustizia riguarda gli aspetti intersoggettivi e sociali del male, mentre il perdono riguarda eminentemente quella cura dell’anima che mira alla riabilitazione interiore dell’uomo. Le ferite dell’animo vanno unte con la medicina della misericordia e del perdono.

Il discorso sul perdono da ricevere da Dio e da dare ai fratelli – da questo punto di vista – ha un centro sacramentale imprescindibile che è la Confessione. Con essa Dio estirpa il male della nostra anima e ci reintegra in uno stato di perfezione.

È evidente, a questo punto, che perdonare non significa, allora, minimizzare il male, ma guardare con benevolenza chi questo male – venendo meno all’altezza del suo essere – lo ha commesso. L’antica formula teologica che ritorna sempre è la seguente: condanna del peccato, amore per il peccatore. Dio «non vuole mai la morte del peccatore, ma che si converta e viva»(Papa Francesco).

D’altronde, chi può dire di essere senza peccato? E, quindi, di non aver bisogno del perdono? L’episodio evangelico dell’adultera è emblematico. Gesù fa riflettere la folla che voleva lapidarla e nel momento in cui cadono le pietre dalle mani dei presenti perché ognuno di loro si è riconosciuto parimenti peccatore, Gesù stesso non condanna la peccatrice, ma al tempo stesso ingiunge: «Va’ e d’ora in poi non peccare più!»(Gv 8,11).

Bisogna, dunque, che si eviti l’errore perpetrato da una ideologia buonista che confonde peccato e peccatore, assolvendo il primo senza fare un buon servizio al secondo. Giustizia e perdono, verità e misericordia non devono mai entrare in dialettica, in quanto all’interno dell’orizzonte cristiano sono coessenziali; separarli significa prodursi in una forma deviata di cristianesimo e di amore del prossimo.

Meditare su questa opera di misericordia spirituale per prima cosa significa, allora, esaminarsi sul serio sulle offese che io, in prima persona, ho arrecato con il mio peccato a Dio, agli altri e a me stesso. Solo successivamente riconoscendomi peccatore e bisognoso di perdono da parte di Dio potrò considerare l’offesa rivoltami ed imitare Dio che, nella sua paterna bontà, è pronto al perdono dei figli che errano. Oggetto della misericordia di Dio, il cristiano diventa capace del perdono, che non significa accondiscendere al male, all’errore, ma appunto guardare con amore anche il nostro nemico, perché sia illuminato sul suo errore e cambi strada.

Quante volte questo lo si deve fare? Risponde Gesù, che dalla croce ha perdonato gli aguzzini – e in questi ci siamo pure noi – «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22).

 

Consolare gli afflitti

«Beati gli afflitti perché saranno consolati»(Mt 5, 4)

La vita dell’uomo è costellata da molta sofferenza, sia di natura spirituale che di natura corporale. La prima, per qualche verso, è la più penosa per l’esistenza. È quello stato di desolazione in cui l’aridità, le tentazioni, le angustie, le tristezza e ogni genere di afflizione dello spirito gettanoconsolare gli afflitti la persona, la sua anima, nel buio dello sconforto e pressano perché ci si allontani da Dio che sembra non essere presente e non rispondere. Questa notte dello spirito è stata provata da tanti Santi che ne hanno raccontano l’impressionante combattimento nel mantenersi fedeli.

La seconda afflizione deriva dalle malattie del corpo: certamente lo stato della vecchiaia mette davanti l’uomo la condizione di limite e necessità, ma anche quando non si è anziani una malattia anche grave può insorgere improvvisamente e lasciare nella desolazione non solo il malato, ma anche la sua famiglia, i suoi amici.

L’uomo deve, quindi, continuamente avere a che fare con il grande mistero del male, che non è facile comprendere, ma che Dio stesso permette sicuramente per trarne un bene maggiore, bene che spesso su questa terra noi non riusciamo ad intravedere, ma che comprenderemo a pieno un giorno in cielo.

Vi è, tuttavia, un’unica certezza: Dio stesso non abbandona al male della desolazione i suoi figli, ma si fa consolatore davanti alle disgrazie che spesso l’uomo stesso si infligge a causa della sua superbia, così come l’episodio della Torre di Babele (cfr. Gn 11,1-9) ci narra e così come troppo sovente nella storia si è concretizzato quando l’uomo con le ideologie moderne e contemporanee si è voluto sostituire a Dio. Il percorso di oblio di Dio dalla vita dell’uomo e delle società non ha certamente raggiunto le mete sperate, anzi ha prodotto un mondo di malati spirituali, ragion per cui Papa Francesco ci ricorda che siamo in un grande ospedale da campo dopo una battaglia.

La risposta di Dio e del cristiano alle desolazioni è la consolazione della misericordia e della verità, l’unica medicina capace di lenire le ferite, riabilitare lo spirito e consolare l’uomo, liberandolo dal potere del male. Dio nella storia della salvezza si muove – sentendo il gemito dei suoi figli – nell’ottica della consolazione e non dell’abbandono. Egli consola il suo popolo come sovente ci narra l’Antico Testamento: «Io, io sono il tuo consolatore» (Is 51,12), fino al punto da mandare il suo Figlio, che ha provato la necessità della consolazione, soprattutto durante l’agonia nel Getsemani: «Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo»(Lc 22,43).

Consolare gli afflitti – quarta opera di misericordia spirituale – significa, allora, accostare le sofferenze del prossimo incoraggiandolo a liberarsi dal peccato che lo domina, ad avere fiducia in Dio che non vede e magari non sente, ma che lo attende ed è il solo che può donare le consolazioni sperate che si muovono sui binari della misericordia e della verità: «il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»(Gv 14, 25-26).

È l’atteggiamento empatico di cui ci parla San Paolo e che esorta alla sopportazione perché il male non avrà l’ultima parola: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siate anche della consolazione» (2 Cor 1, 3 – 7).

È caro alla tradizione cristiana il titolo della Madonna Consolatrice degli afflitti, la Madonna come vera Madre, donata dal Figlio dalla croce a tutti noi, ha conosciuto le amarezze della sofferenza spirituale ed è per questo che il suo cuore continuamente si china a raddrizzare i percorsi sbagliati dell’umanità, e da vera Madre della Misericordia vince con il bene il male e non si stanca di indicare la vera consolazione che ha un nome, è una persona: Gesù Cristo. In lui, crocifisso, i cristiani vedono e mostrano al prossimo Dio che assume su di sé tutte le sofferenze. Proprio per questo diventa credibile e concreta la via da seguire per sopportare le grandi e piccole desolazioni della vita. Essa non è la disperazione dell’incredulità e del nulla, ma l’abbandono fiducioso davanti alle situazioni che non sono nel potere dell’uomo cambiare, ma che solo Dio come e quando vorrà potrà mutare: «hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia» (Sal 30,12).

La grande sfida all’ uomo di oggi – dopo l’epoca in cui ha provato a vivere etsi Deus non daretur – è quella di proporgli a vivere come se Dio fosse.

Ammonire i peccatori

 «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore
salverà la sua anima dalla morte
e coprirà una moltitudine di peccati»(Gc 5,20).

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che il peccato è «un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia» (n. 392). In altri termini, il peccato è la cosa peggiore che può capitare all’uomo in quanto lo separa dal suo rapporto vitale con Dio e quindi lo conduce – per sua stessa scelta – alla morte spirituale e alla condanna eterna.

 

Proprio per salvarlo da questo male il Signore è venuto nel mondo ed ha effuso il suo sangue perché la sua misericordia vincesse la dominio del male sull’uomo – conseguenza del peccato originale – e riaprisse il sentiero dell’umanità verso il cielo. Tuttavia, la debolezza insita alle conseguenze del peccato originale fa sì che, nel corso della sua vita terrena, l’uomo non sia esente dal peccare: la vita così si configura come un combattimento spirituale contro l’azione tentatrice di satana, dell’io, della carne e del mondo che sono come delle zavorre che non ci permettono di librarci verso la meta che il Signore con il suo sacrificio ci ha preparato.

La risposta del Signore al peccatore che riconosce il suo errore, si pente e chiede perdono è la misericordia, ovvero la purificazione del cuore, l’abbraccio della sua amicizia, la grazia che è pronto da sempre a riversare nel suo cuore, per la sua bontà e non certamente per i meriti che l’uomo potrebbe vantare. Bisogna, dunque, guardarsi bene dal peccato e aiutare il nostro prossimo – dopo che lo abbiamo capito noi stessi – a capire la sua gravità e la rovina che esso prepara.

Ammonire i peccatori, dunque, è una importante opera di misericordia spirituale da mettere in atto per amore del nostro prossimo, perché sia aiutato a capire il male che lo domina e possa intraprendere il cammino della liberazione.

Come ammonire il peccatore? Certamente con le parole! In un clima di confusione. di dittatura del relativismo, la cosa da mettere in chiaro è innanzitutto che esistono il bene e il male e che quest’ultimo ha tutta una serie di declinazioni pratiche che non vanno giustificate o comprese, ma semplicemente e chiaramente condannate. Bisogna far tornare quel senso del peccato che è stato smarrito, causando una enorme confusione nell’ uomo di oggi tra ciò che lo esalta e ciò che lo distrugge, anche se in un primo momento lo alletta. L’ammonizione verbale certamente deve tenere conto del cammino della singola persona e soprattutto dovrà svolgersi con un atteggiamento di fermezza, ma anche di amorevolezza, ricordando sempre quello che ci dice la Scrittura: «quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione»(Gal 6,1).

Alle parole, dunque,  nell’ ammonire il peccatore, deve essere unita una condotta di vita che possa mostrare che vivere in maniera militante contro le sollecitazioni a peccare è possibile se ci affidiamo alla grazia di Dio e giammai solo alle nostre forze. Gesù diceva ai suoi discepoli: «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli»(Mt 5,16).

Papa Francesco in una delle sue Udienze del Mercoledì ha sottolineato che «la conseguenza del peccato è uno stato di sofferenza, di cui subisce le conseguenze anche il paese, devastato e reso come un deserto, al punto che Sion – cioè Gerusalemme – diventa inabitabile. Dove c’è rifiuto di Dio, della sua paternità, non c’è più vita possibile, l’esistenza perde le sue radici, tutto appare pervertito e annientato. […]. La sofferenza, conseguenza inevitabile di una decisione autodistruttiva, deve far riflettere il peccatore per aprirlo alla conversione e al perdono»(Udienza Generale 2 Marzo 2016).

Ciò apre anche alla considerazione di come oggi il peccato non è semplicemente un fatto personale; esistono vere e proprie strutture di peccato – leggi, istituzioni, organizzazioni – che garantiscono il male e lo perpetuano attraverso il consenso, la propaganda e la protezione legale. Ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica che «i peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le “strutture di peccato” sono espressione ed effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un “peccato sociale”»(n. 1869).

Davanti a questo il cristiano non può rimanere inerme, ma deve organizzarsi perché le strutture di peccato vengano a cessare. Deve chiamare il male con il suo nome senza ambiguità, incidere sulle leggi di una nazione, combattere contro le proposte contrarie alla legge morale naturale e cristiana e indicare un’alternativa che faccia sbocciare un mondo migliore.

Se questa voce sarà debole, confusa o assente non avremo contribuito concretamente alla diffusione del bene e collaborato alla salvezza delle anime, che è la missione principale della Chiesa.

Nel corso della storia nel suo Corpus dottrinale la Chiesa docente, ossia il Magistero dei Papi e dei vescovi uniti alla Sede petrina, ha indicato gli errori da evitare e di tempo in tempo mette in guardia dalle insidie che i fedeli subiscono. I laici cattolici, dal canto loro, esplicitano la loro missione di salvezza della anime nella cura delle realtà temporali, ordinandole secondo Dio e sono proprio loro che devono incidere concretamente perché le strutture di peccato impiantatesi nel mondo vengano eliminate.

Ammonire i peccatori, dunque, assume – come le altre opere di misericordia – non solo una dimensione personale, ma anche sociale. Questa opera di misericordia ci spinge a curare la malattia spirituale del singolo e nondimeno ci esorta a indicare e curare la malattia del corpo sociale in cui viviamo, che si sintetizza nel rigetto di Dio e della sua legge, che è all’ origine della immane crisi che soprattutto l’Occidente sta vivendo.

Fra Cristoforo ammonisce Don Rodrigo (disegni da I Promessi Sposi)

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