Consolare gli afflitti

«Beati gli afflitti perché saranno consolati»(Mt 5, 4)

La vita dell’uomo è costellata da molta sofferenza, sia di natura spirituale che di natura corporale. La prima, per qualche verso, è la più penosa per l’esistenza. È quello stato di desolazione in cui l’aridità, le tentazioni, le angustie, le tristezza e ogni genere di afflizione dello spirito gettanoconsolare gli afflitti la persona, la sua anima, nel buio dello sconforto e pressano perché ci si allontani da Dio che sembra non essere presente e non rispondere. Questa notte dello spirito è stata provata da tanti Santi che ne hanno raccontano l’impressionante combattimento nel mantenersi fedeli.

La seconda afflizione deriva dalle malattie del corpo: certamente lo stato della vecchiaia mette davanti l’uomo la condizione di limite e necessità, ma anche quando non si è anziani una malattia anche grave può insorgere improvvisamente e lasciare nella desolazione non solo il malato, ma anche la sua famiglia, i suoi amici.

L’uomo deve, quindi, continuamente avere a che fare con il grande mistero del male, che non è facile comprendere, ma che Dio stesso permette sicuramente per trarne un bene maggiore, bene che spesso su questa terra noi non riusciamo ad intravedere, ma che comprenderemo a pieno un giorno in cielo.

Vi è, tuttavia, un’unica certezza: Dio stesso non abbandona al male della desolazione i suoi figli, ma si fa consolatore davanti alle disgrazie che spesso l’uomo stesso si infligge a causa della sua superbia, così come l’episodio della Torre di Babele (cfr. Gn 11,1-9) ci narra e così come troppo sovente nella storia si è concretizzato quando l’uomo con le ideologie moderne e contemporanee si è voluto sostituire a Dio. Il percorso di oblio di Dio dalla vita dell’uomo e delle società non ha certamente raggiunto le mete sperate, anzi ha prodotto un mondo di malati spirituali, ragion per cui Papa Francesco ci ricorda che siamo in un grande ospedale da campo dopo una battaglia.

La risposta di Dio e del cristiano alle desolazioni è la consolazione della misericordia e della verità, l’unica medicina capace di lenire le ferite, riabilitare lo spirito e consolare l’uomo, liberandolo dal potere del male. Dio nella storia della salvezza si muove – sentendo il gemito dei suoi figli – nell’ottica della consolazione e non dell’abbandono. Egli consola il suo popolo come sovente ci narra l’Antico Testamento: «Io, io sono il tuo consolatore» (Is 51,12), fino al punto da mandare il suo Figlio, che ha provato la necessità della consolazione, soprattutto durante l’agonia nel Getsemani: «Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo»(Lc 22,43).

Consolare gli afflitti – quarta opera di misericordia spirituale – significa, allora, accostare le sofferenze del prossimo incoraggiandolo a liberarsi dal peccato che lo domina, ad avere fiducia in Dio che non vede e magari non sente, ma che lo attende ed è il solo che può donare le consolazioni sperate che si muovono sui binari della misericordia e della verità: «il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»(Gv 14, 25-26).

È l’atteggiamento empatico di cui ci parla San Paolo e che esorta alla sopportazione perché il male non avrà l’ultima parola: «Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché anche noi possiamo consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. Quando siamo tribolati, è per la vostra consolazione e salvezza; quando siamo confortati, è per la vostra consolazione, la quale si dimostra nel sopportare con forza le medesime sofferenze che anche noi sopportiamo. La nostra speranza nei vostri riguardi è ben salda, convinti che come siete partecipi delle sofferenze così lo siate anche della consolazione» (2 Cor 1, 3 – 7).

È caro alla tradizione cristiana il titolo della Madonna Consolatrice degli afflitti, la Madonna come vera Madre, donata dal Figlio dalla croce a tutti noi, ha conosciuto le amarezze della sofferenza spirituale ed è per questo che il suo cuore continuamente si china a raddrizzare i percorsi sbagliati dell’umanità, e da vera Madre della Misericordia vince con il bene il male e non si stanca di indicare la vera consolazione che ha un nome, è una persona: Gesù Cristo. In lui, crocifisso, i cristiani vedono e mostrano al prossimo Dio che assume su di sé tutte le sofferenze. Proprio per questo diventa credibile e concreta la via da seguire per sopportare le grandi e piccole desolazioni della vita. Essa non è la disperazione dell’incredulità e del nulla, ma l’abbandono fiducioso davanti alle situazioni che non sono nel potere dell’uomo cambiare, ma che solo Dio come e quando vorrà potrà mutare: «hai mutato il mio lamento in danza, mi hai tolto l’abito di sacco, mi hai rivestito di gioia» (Sal 30,12).

La grande sfida all’ uomo di oggi – dopo l’epoca in cui ha provato a vivere etsi Deus non daretur – è quella di proporgli a vivere come se Dio fosse.

Ammonire i peccatori

 «Chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore
salverà la sua anima dalla morte
e coprirà una moltitudine di peccati»(Gc 5,20).

Il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica ci dice che il peccato è «un’offesa a Dio, nella disobbedienza al suo amore. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. Cristo nella sua Passione svela pienamente la gravità del peccato e lo vince con la sua misericordia» (n. 392). In altri termini, il peccato è la cosa peggiore che può capitare all’uomo in quanto lo separa dal suo rapporto vitale con Dio e quindi lo conduce – per sua stessa scelta – alla morte spirituale e alla condanna eterna.

 

Proprio per salvarlo da questo male il Signore è venuto nel mondo ed ha effuso il suo sangue perché la sua misericordia vincesse la dominio del male sull’uomo – conseguenza del peccato originale – e riaprisse il sentiero dell’umanità verso il cielo. Tuttavia, la debolezza insita alle conseguenze del peccato originale fa sì che, nel corso della sua vita terrena, l’uomo non sia esente dal peccare: la vita così si configura come un combattimento spirituale contro l’azione tentatrice di satana, dell’io, della carne e del mondo che sono come delle zavorre che non ci permettono di librarci verso la meta che il Signore con il suo sacrificio ci ha preparato.

La risposta del Signore al peccatore che riconosce il suo errore, si pente e chiede perdono è la misericordia, ovvero la purificazione del cuore, l’abbraccio della sua amicizia, la grazia che è pronto da sempre a riversare nel suo cuore, per la sua bontà e non certamente per i meriti che l’uomo potrebbe vantare. Bisogna, dunque, guardarsi bene dal peccato e aiutare il nostro prossimo – dopo che lo abbiamo capito noi stessi – a capire la sua gravità e la rovina che esso prepara.

Ammonire i peccatori, dunque, è una importante opera di misericordia spirituale da mettere in atto per amore del nostro prossimo, perché sia aiutato a capire il male che lo domina e possa intraprendere il cammino della liberazione.

Come ammonire il peccatore? Certamente con le parole! In un clima di confusione. di dittatura del relativismo, la cosa da mettere in chiaro è innanzitutto che esistono il bene e il male e che quest’ultimo ha tutta una serie di declinazioni pratiche che non vanno giustificate o comprese, ma semplicemente e chiaramente condannate. Bisogna far tornare quel senso del peccato che è stato smarrito, causando una enorme confusione nell’ uomo di oggi tra ciò che lo esalta e ciò che lo distrugge, anche se in un primo momento lo alletta. L’ammonizione verbale certamente deve tenere conto del cammino della singola persona e soprattutto dovrà svolgersi con un atteggiamento di fermezza, ma anche di amorevolezza, ricordando sempre quello che ci dice la Scrittura: «quando uno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza. E vigila su te stesso per non cadere anche tu in tentazione»(Gal 6,1).

Alle parole, dunque,  nell’ ammonire il peccatore, deve essere unita una condotta di vita che possa mostrare che vivere in maniera militante contro le sollecitazioni a peccare è possibile se ci affidiamo alla grazia di Dio e giammai solo alle nostre forze. Gesù diceva ai suoi discepoli: «così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli»(Mt 5,16).

Papa Francesco in una delle sue Udienze del Mercoledì ha sottolineato che «la conseguenza del peccato è uno stato di sofferenza, di cui subisce le conseguenze anche il paese, devastato e reso come un deserto, al punto che Sion – cioè Gerusalemme – diventa inabitabile. Dove c’è rifiuto di Dio, della sua paternità, non c’è più vita possibile, l’esistenza perde le sue radici, tutto appare pervertito e annientato. […]. La sofferenza, conseguenza inevitabile di una decisione autodistruttiva, deve far riflettere il peccatore per aprirlo alla conversione e al perdono»(Udienza Generale 2 Marzo 2016).

Ciò apre anche alla considerazione di come oggi il peccato non è semplicemente un fatto personale; esistono vere e proprie strutture di peccato – leggi, istituzioni, organizzazioni – che garantiscono il male e lo perpetuano attraverso il consenso, la propaganda e la protezione legale. Ci ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica che «i peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla bontà divina. Le “strutture di peccato” sono espressione ed effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un “peccato sociale”»(n. 1869).

Davanti a questo il cristiano non può rimanere inerme, ma deve organizzarsi perché le strutture di peccato vengano a cessare. Deve chiamare il male con il suo nome senza ambiguità, incidere sulle leggi di una nazione, combattere contro le proposte contrarie alla legge morale naturale e cristiana e indicare un’alternativa che faccia sbocciare un mondo migliore.

Se questa voce sarà debole, confusa o assente non avremo contribuito concretamente alla diffusione del bene e collaborato alla salvezza delle anime, che è la missione principale della Chiesa.

Nel corso della storia nel suo Corpus dottrinale la Chiesa docente, ossia il Magistero dei Papi e dei vescovi uniti alla Sede petrina, ha indicato gli errori da evitare e di tempo in tempo mette in guardia dalle insidie che i fedeli subiscono. I laici cattolici, dal canto loro, esplicitano la loro missione di salvezza della anime nella cura delle realtà temporali, ordinandole secondo Dio e sono proprio loro che devono incidere concretamente perché le strutture di peccato impiantatesi nel mondo vengano eliminate.

Ammonire i peccatori, dunque, assume – come le altre opere di misericordia – non solo una dimensione personale, ma anche sociale. Questa opera di misericordia ci spinge a curare la malattia spirituale del singolo e nondimeno ci esorta a indicare e curare la malattia del corpo sociale in cui viviamo, che si sintetizza nel rigetto di Dio e della sua legge, che è all’ origine della immane crisi che soprattutto l’Occidente sta vivendo.

Fra Cristoforo ammonisce Don Rodrigo (disegni da I Promessi Sposi)

Fra Cristoforo ammonisce Don Rodrigo (disegni da I Promessi Sposi)

Insegnare agli ignoranti

«Senza frode imparai la sapienza e senza invidia la dono,
non nascondo le sue ricchezze.
Essa è un tesoro inesauribile per gli uomini;
quanti se la procurano si attirano l’amicizia di Dio,
sono a lui raccomandati per i doni del suo insegnamento» (Sap 7,13 – 14).

L’antico Socrate faceva coincidere la virtù con il sapere. Che cosa qualificava l’uomo come virtuosoFilippo Neri - Film? Proprio la conoscenza del bene, che poteva raggiungere attraverso la propria ragione. Conoscere il bene per Socrate era già, dunque, una garanzia di vita buona ad ogni livello. La vita dell’uomo, dunque, era una continua ricerca non dell’utile, ma della verità. Ciò risponde per il filosofo alla natura stessa degli uomini caratterizzata dal fatto di possedere un’anima. Tale, addirittura, è immortale ed ha dunque un netto primato sul corpo. Essa coincide con la ragione. Seguire la ragione significa perciò realizzare pienamente l’umano.
Per Socrate, tutto ciò non è immediato, ma occorre che si compia un cammino verso la conoscenza che lui stesso esperiva con i suoi interlocutori attraverso un metodo, che doveva condurli dall’ ignoranza alla conoscenza, alla scienza, garanzia di ogni virtù.

Da questo impariamo tre cose: 1. l’uomo risponde alla sua natura se asseconda la ricerca della verità verso cui è spinto in quanto possiede una parte spirituale che è l’anima; 2. Questo cammino di ricerca ha bisogno di maestri: nessun bambino nasce in una condizione di sapienza e nessun uomo può dire di aver conosciuto la maggior parte delle cose che sa senza l’aiuto di altri; 3. La conoscenza non è semplicemente un fatto intellettuale, ma ha un valore etico fondamentale.

La seconda opera di misericordia spirituale, allora, risponde al dovere di insegnare al prossimo ciò che non sa, ma soprattutto di insegnare a lui la verità, quale via della salvezza. L’insegnamento porta ad un incontro che cambia la vita.

Prima di salire al cielo Gesù – che tante volte aveva insegnato e che veniva chiamato Maestro – raccomanda agli apostoli di andare ed «ammaestrare», ovvero insegnare a tutte le nazioni ciò che Lui stesso aveva comandato loro (cfr. Mt 28, 18 – 20). Negli Atti degli Apostoli si narra che l’Apostolo Filippo sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza intercetti un eunuco etiope. Il dialogo è interessante: «Filippo [… ] gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Quegli rispose: «E come lo potrei, se nessuno mi istruisce?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo: «Come una pecora fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, ma la sua posterità chi potrà mai descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita». E rivoltosi a Filippo l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Allora Filippo prendendo a parlare e partendo da quel passo della Scrittura, gli annunziò la buona novella di Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero a un luogo dove c’era acqua e l’eunuco disse: «Ecco qui c’è acqua: che cosa mi impedisce di essere battezzato?». Fece fermare il carro e discesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’Eunuco, ed egli lo battezzò» (At 8, 30 – 38).

Seguendo tale opera di misericordia spirituale i cristiani nella storia hanno fatto dell’insegnamento un’opera di carità, coltivando la migliore cultura del loro tempo e trasmettendola agli altri: le Università sono l’invenzione più importante che la cristianità medievale ha messo in campo per istruire gli uomini e aprire loro il sentiero della verità, preparare la loro anima ad una conoscenza superiore che non può essere esperita solamente con le facoltà intellettive, ma che va ugualmente annunciata anche con le parole e gli insegnamenti. È questa la via della salvezza che oggi più che mai, in questi tempi bui di negazione della verità e di sfiducia nelle stesse facoltà razionali umane, va indicata e annunciata attraverso l’evangelizzazione.

Sono numerosissimi i santi che nel campo della trasmissione del sapere hanno vissuto la loro vita, tanto che la stessa liturgia ha dei formulari propri per le memorie e le feste dei santi dottori della Chiesa ed educatori.

Dopo che la ragione ha divorziato dalla fede con l’Illuminismo, smarrendo il proprio senso e giungendo alla frantumazione, oggi la fede deve sostenere la ragione, in modo che possa tornare ad avere fiducia nelle sue importanti qualità e così sollevare l’uomo da selvaggio in umano e permettere alla fede che lo trasformi da umano in cristiano.

Insegnare agli ignoranti non significa semplicemente per noi pensare alle zone ad alta densità di analfabetizzazione, ma pensare alle periferie esistenziali delle nostre città, in cui si trovano – come più volte ha testimoniato Papa Francesco – bambini che non sanno neanche fare il segno della croce.

Il Magistero della Chiesa sin dagli inizi del Novecento con San Pio X (enciclica Acerbo Nimis) ha lamentato lo stato di ignoranza religiosa in cui vivono gli stessi cristiani. Insegnare i fondamenti della fede, approfondire la dottrina cristiana, essere all’ altezza delle sfide del nostro tempo per essere luce per il nostro prossimo è un’opera di misericordia, importantissima in quanto ha a che fare con la conoscenza della via della salvezza e quindi con la garanzia della felicità eterna per noi stessi e per il nostro prossimo.

Da questo punto di vista, strumento importantissimo è il Catechismo della Chiesa Cattolica e il suo Compendio, offerti quali bussole sicure per la conoscenza e l’annuncio della fede cristiana.

Dare il pane e l’acqua significa non far morire il nostro prossimo fisicamente, insegnargli la via della salvezza significa non permettere di farlo morire spiritualmente e per l’eternità: Animam salvasti, animam tuam praedestinasti (Sant’Agostino).

Consigliare i dubbiosi

«Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio[…]
Ma la chieda con fede, senza dubitare;
perché chi dubita rassomiglia a un’onda del mare,
agitata dal vento e spinta qua e là.
(Gc 1,5-6).

Papa Francesco nella Bolla d’indizione del Giubileo della Misericordia, Misericordiae vultus, ha sottolineato che non dobbiamo dimenticare le opere di misericordia spirituale. Così come l’uomo ha bisogni esistenziali primari che riguardano la sussistenza fisica, lo stesso uomo – che sappiamo non essere solo cellule innervate – ha bisogno di essere aiutato nella sua dimensione spirituale.

Per San Tommaso d’Aquino, infatti, queste “elemosine spirituali” hanno un primato su quelle corporali, in quanto è lo spirito dell’uomo che ha una dignità superiore al suo corpo o per meglio dire è l’essere spirituale dell’uomo che conferisce dignità a tutta la sua vita.

Da questo punto di vista, l’opera di misericordia spirituale è connessa direttamente alla salvezza eterna dell’uomo perché lo aiuta a superare quegli ostacoli che possono oscurargli il cammino verso la meta finale.

L’essere ula parte miglioremano, come già Aristotele aveva dichiarato, è un animale dotato di ragione, ciò vuol dire che è capace di porsi domande esistenziali e di senso. La sua dimensione naturale oltre all’istinto dell’autoconservazione e a quello della procreazione, rivela pienamente in sé la spinta alla ricerca e alla conoscenza della verità sulla sua esistenza, sul mondo che lo circonda, sul rapporto con i suoi simili e con il creato e sul destino che gli spetta oltre la morte.

Da sempre i saggi dell’umanità hanno cercato con la forza della ragione di approntare delle risposte non del tutto errate, ma sicuramente a volte deboli ed imprecise. La stessa filosofia antica, che per molti versi, è stata interpretata quasi come una praeparatio evangelica, si poneva sempre su un piano semplicemente umano, ricadendo spesso – al di là delle sue espressioni più importanti – nello scetticismo, ovvero nell’ impossibilità di dare risposte davanti alla grandezza della vita e del mondo. Tuttavia, se si rimane semplicemente su un piano di ragione naturale il dubbio non può che far potentemente il suo ingresso diventando a volte dominante.

La Rivelazione cristiana che ha il suo culmine nell’incarnazione di Gesù Cristo, ha portato la luce su nodi importanti quali la creazione del mondo e dell’uomo, il cammino verso la piena felicità – in cui si inserisce il discorso morale – e la vita oltre la morte. Da questo il pensiero umano ne ha tratto e ne può trarre una significativa fecondità nell’ottica del superamento dei dubbi che attanagliano l’esistenza, accedendo alla dimensione della fiducia non più in qualche uomo di pensiero, per quanto saggio egli sia o nelle sue teorie, ma direttamente in Dio, che ci ha parlato e si è fatto uomo.

Il dubbio è di per sé una possibilità che ogni uomo attraversa, se viene incanalato quale inizio del cammino verso la verità riporta il suo aspetto positivo, diventa uno stimolo e si costituisce come una domanda chiarificatrice e senza pre-concetti, se invece – come dalla Modernità in poi è accaduto – il dubbio diventa metodico, fino a sospettare della stessa esistenza fisica dell’uomo e del mondo circostante, non può che ostacolare l’uomo nel suo cammino di pieno di incontro con la verità sia su un piano filosofico che su un piano religioso, in quanto si pone come rifiuto del reale, ipotizzando l’inganno universale rappresentato da ciò che è tangibile. Il filosofo italiano Noberto Bobbio – espressione di una Modernità giunta al capolinea – nel 1955 scriveva: «il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze».

C’è da dire, però, che l’uomo che vive nel dubbio è un essere tormentato, disorientato, pieno di angosce e paure. Rinuncia alla verità naturale e di fede per diventare credulone e superstizioso. È l’uomo del nostro tempo, che, vivendo in contesti secolarizzati non trova – pur ricercandole – risposte adeguate alla sua sete di verità, producendosi spesso in esperienze limite.

Consigliare i dubbiosi, allora, emerge come un’opera di misericordia perché esercitandola si ama il prossimo aiutandolo a compiere un cammino di liberazione dal tormento dubbio e dall’ angoscia ad esso connessa. Si esorta così l’uomo del nostro tempo ad esercitare la propria libertà nell’ ottica della ricerca della verità.

Le grandi stagioni della fede hanno fatto maturare un impegno apologetico che – spesso sconosciuto e denigrato – si muoveva proprio nell’ottica misericordiosa di rendere ragione della speranza del cristiano e quindi di offrire davanti agli errori e ai dubbi una via di riflessione diversa che potesse incoraggiare tutti alla sequela della verità e all’incontro con Cristo.

Superare il dubbio è un fatto non semplicemente razionale, ma anche di adesione personale e fiduciosa a Dio che è buono, alla realtà del mondo creata che va rispettata, migliorata, ma non contraffatta o stravolta.

I cristiani nel nostro contesto – dominato dall’esito ultimo del dubbio metodico che è il relativismo – hanno un grande compito da esperire con l’urgente opera della nuova evangelizzazione, che evidentemente si compone di tante dimensioni e si esprime in molteplici interventi.

Davanti all’ incertezza, il cristiano deve offrire certezza di Dio. Davanti alle negazioni della conoscenza della verità da parte della ragione umana, il cristiano deve far tornare questa fiducia nelle potenzialità della ragione. Davanti alla confusione antropologica deve presentare la bellezza e la ricchezza della differenza tra l’uomo e la donna. Davanti allo smarrimento del senso della storia deve poter innalzare la lucerna per condurre il prossimo fuori dal buio dell’incertezza. Davanti allo smarrimento del senso del peccato deve richiamare forte la realtà del male che va allontanata e combattuta. Davanti alla chiusura verso le realtà eterne, il cristiano deve sempre più far innamorare l’uomo del nostro tempo delle realtà future che ci aspettano oltre questa vita.

Seppellire i morti

 

«Giuseppe prese il corpo [di Gesù], lo avvolse in un lenzuolo pulito,
e lo depose nella propria tomba nuova,
che aveva fatto scavare nella roccia.
Poi, dopo aver rotolato una grande pietra
contro l’apertura del sepolcro, se ne andò» (Mt 27, 59 – 60)

Nella grande «storia dell’umanità», tracciata dal filosofo napoletano Giambattista Vico, sono individuati tre principi cardine che segnano il passaggio dallo stato di “bestialità” all’ humanitas. Così egli si esprime ne La Scienza nuova: «osserviamo tutte le nazioni […] custodire questi tre umani costumi: che tutti hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutti seppelliscono i loro morti».

Già nell’Antica Grecia, Sofocle, nella tragedia Antigone, fa emergere il valore dell’atto della sepoltura, anche contro il divieto delle leggi dello Stato. Proprio Antigone, infatti, contro le disposizione del re di Tebe Creonte, dà sepoltura al fratello Polinice incorrendo nella condanna. Il tragediografo greco porta qui all’attenzione il contrasto tra il diritto positivo e le leggi insite nel cuore dell’uomo, costanti della propria natura, che si stagliano al di sopra delle leggi dello Stato. Tra queste: l’onore da rendere ai morti con la sepoltura.

Nel mondo biblico veterotestamentario Tobi narra: «se vedevo qualcuno dei miei connazionali morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo. Seppellii anche quelli che aveva uccisi Sennàcherib, quando tornò fuggendo dalla Giudea, al tempo del castigo mandato dal re del cielo sui bestemmiatori. Nella sua collera egli ne uccise molti; io sottraevo i loro corpi per la sepoltura e Sennàcherib invano li cercava. Ma un cittadino di Ninive andò ad informare il re che io li seppellivo di nascosto. Quando seppi che il re conosceva il fatto e che mi si cercava per essere messo a morte, colto da paura, mi diedi alla fuga» (Tb 1, 17-19).

Le grandi civiltà antiche hanno, dunque, reso culto ai morti primariamente attraverso l’atto della sepoltura, ovvero della custodia del corpo dopo l’evento della morte, considerando che la vita – come dirà successivamente un passo della liturgia romana – «non viene tolta ma trasformata».

A maggior ragione, i cristiani che non oppongono spirito e materia, ma considerando l’unità vitale della persona umana, hanno grande apprezzamento per il corpo dell’uomo. Ciò per un motivo prettamente teologico: Dio stesso ha preso nel Figlio un corpo umano, tramite di esso si è presentato al mondo anche come Figlio dell’uomo e soprattutto ha elevato questo corpo alla gloria facendolo risorgere.

Seppellire i morti, dunque, non può che essere l’ultima opera di misericordia corporale perché i cristiani sanno che quel corpo deve essere rispettato e conservato per la futura resurrezione. In più quel corpo soprattutto con il battesimo è diventato «tempio dello Spirito Santo» (1 Cor 6, 19) e come tale ha assunto la dignità propria dei figli di Dio. Mentre l’anima lascia il corpo, in quanto immortale, questo attende di ricongiungersi ad essa nell’ultimo giorno.

In un contesto culturale ancora pienamente cristiano, il dramma della morte non veniva estromesso, nascosto o allontanato dalla vita dell’uomo e delle comunità. I morti venivano sepolti nelle cripte delle chiese o intorno ad esse. Coloro che avevano raggiunto l’altra vita erano così in qualche modo presenti accanto ai vivi in una coesistenza armonica e non – come forse qualcuno oggi potrebbe pensare – per necrofila o per tracciare i contorni di un film horror.

Il progredire del processo di secolarizzazione ha sempre più reso la morte lontana dal normale processo della vita dell’uomo e delle comunità, quale evento che ormai non viene più a trovare il suo senso nella fede nella resurrezione. Napoleone nel 1804 ordinerà la costruzione di cimiteri fuori dai centri abitati e la loro completa laicizzazione.

Tuttavia, i cristiani continuano ad accompagnare nell’ estremo saluto i corpi dei defunti attraverso riti funebri che hanno sì la dimensione della consolazione, ma che soprattutto aprono al grande mistero dell’immortalità dell’anima, alla prospettiva del giudizio particolare oltre la morte e alle condizioni della vita ultraterrena, nonché alla grande speranza che un giorno – grazie alla resurrezione della carne, che è un articolo importante del Credo – potremo di nuovo rivederci con i nostri cari defunti. Ciò addirittura si fa esplicito nella meditazione dei credenti il 2 novembre, giorno in cui la Chiesa chiama tutti alla Commemorazione dei fedeli defunti.

Seppellire i morti, allora, significa rendere l’ultimo atto d’amore verso il nostro prossimo che viene raccomandato alla misericordia di Dio. Questo corpo ormai esanime è in potere d’altri e per questo l’opera di misericordia si appella al suo rispetto. Il funerale deve essere così un momento di tutta la comunità cristiana, in cui si prega per l’anima del defunto e si benedicono ed incensano i suoi resti mortali. Le tombe, segno della presenza corporale del defunto, ci ricordano la preghiera di suffragio che gli dobbiamo e la fine cui tutti i vivi non possono sfuggire.

Ricordiamo, tuttavia, come San Francesco d’Assisi ci ha insegnato sulla scorta del Vangelo, che non è da temere la morte del corpo, bensì quella dello spirito: «Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tuesantissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male».

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