Pregare Dio per i vivi e per i morti

«[…] e pregate gli uni per gli altri, così che possiate guarire.
La preghiera sincera di una persona buona è molto potente» (Gc 5,16)

La preghiera, o l’orazione, è un’attività dell’essere razionale con cui questi parla a Dio e in cui Dio gli parla. In questa comunicazione spirituale, innanzitutto, il credente loda e glorifica Dio per tutti i suoi doni, ma allo stesso tempo può chiedere a lui grazie particolari. Sin dall’Antico Testamento conosciamo il valore profondo della preghiera non solo relativa alle proprie necessità, ma anche in relazione al prossimo ed in relazione ad eventi della storia. Infatti, essendo Dio Provvidenza può mutare destini che agli occhi degli uomini sembrano semplicemente ineluttabili.

La preghiera è la testimonianza della nostra debolezza, della necessità di rivolgerci a Dio perché ci sostenga nella nostra indigenza e allo stesso tempo manifesta la profonda fiducia in Lui, che è capace di mutare situazioni umanamente irrecuperabili. Riconoscere questo non significa annichilirci come uomini, anzi – come molti santi e teologi hanno testimoniato – “l’uomo non è mai così grande come quando sta in ginocchio”.

La storia sacra – tra tante vicende – ad esempio, ci presenta Mosè con le braccia alzate che intercede perché Giosuè con il popolo d’Israele possa sconfiggere le truppe di Amalec presso Refidim: «quando Mosè teneva le mani alzate, Israele vinceva; e quando le abbassava, vinceva Amalec. Ma le mani di Mosè si facevano pesanti. Allora essi presero una pietra, gliela posero sotto ed egli si smoseedette; Aaronne e Cur gli tenevano le mani alzate, uno da una parte e l’altro dall’altra. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. E Giosuè sconfisse Amalec e la sua gente passandoli a fil di spada»(Es. 17,11-13).

È Gesù che – richiesto in tal senso dai suoi discepoli – c’insegna a pregare donandoci la preghiera del Pater noster in cui sono inserite ben sette richieste a Dio (cfr. Mt 6,9-13). È questa la preghiera perfettissima, secondo San Tommaso d’Aquino, e quindi in qualche modo deve poter essere il modello di ogni preghiera personale.

L’ultima opera di misericordia spirituale ci invita, dunque, a guardare il nostro prossimo “adottandolo” nella nostra preghiera. Essendo, infatti, questa una pia elevazione dell’anima a Dio non dobbiamo in essa dimenticare tutti gli altri uomini ed in qualche modo dobbiamo chiedere positivamente qualcosa per loro. Gesù stesso tante volte ci ha invitato alla preghiera di richiesta – anche insistente (cfr. Lc 11,5 – 13) – e alla preghiera per il prossimo, sia anch’esso nemico: «amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori,perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,44 – 45).

Antonio Royo Marin scrive: «possiamo e dobbiamo pregare non soltanto per noi stessi, ma anche per qualsiasi persona capace della gloria eterna». Ma cosa chiedere? Sempre il teologo domenicano spagnolo risponde che «è lecito chiedere anche cose temporali, non però in modo principale, ma unicamente come strumenti per meglio servire Dio e tendere alla nostra eterna felicità. Per sé, le petizioni si riferiscono alla vita soprannaturale. Le cose temporali si possono chiedere come per giunta e con una totale subordinazione agli interessi della gloria di Dio e alla salvezza della anima». Un uomo, infatti, che vive nella fede, che si sforza nel cammino di conversione affronta meglio le avversità della vita, la cosa più importante è, dunque, non allontanare le piccole o grandi disavventure, ma riuscire sempre a mantenere la fiducia in Dio e viva la speranza. Per far ciò la prima cosa che si deve chiedere a Dio, per noi e per gli altri, è che ci mantenga nella fede, che progrediamo nel cammino di conversione e successivamente che ci liberi dal male morale, spirituale, fisico e temporale che ci assilla o in questo caso che assilla il nostro prossimo.

Questa unione nella preghiera tra i credenti si chiama comunione dei santi ed in essa rientrano anche preghiere di suffragio per i defunti. Anche per i morti dobbiamo costantemente pregare, soprattutto se questi sono nel purgatorio e quindi così li aiutiamo ad accedere al più presto alla visione beatifica di Dio nel Paradiso, allo stesso tempo loro dal cielo pregano per noi, soprattutto se già sono in Paradiso, laddove ci ottengono – con la loro intercessione – le grazie divine.

La preghiera, quindi, per usare una immagine evangelica è come un grande sole che sorge sui buoni e sui cattivi. Sono necessarie ed opportune le preghiere personali, quelle che ognuno di noi rivolge a Dio, non si deve però mai dimenticare l’infinito valore della preghiera di culto pubblico della Chiesa, che è la Santa Messa. In essa non siamo noi gli attori della preghiera, ma è Cristo stesso che prega il Padre, unendosi a Lui nella rinnovazione del sacrificio della croce fino alla fine del mondo. San Pio da Pietrelcina amava dire: «Sarebbe più facile che la terra si reggesse senza sole, anziché senza la S. Messa». Preghiera personale e culto pubblico della Chiesa, che ha il suo culmine nella Messa e nella Liturgia delle Ore, non sono dunque in contraddizione – come spesso maliziosamente si mettono – ma intimamente uniti. Senza la Preghiera del Mediatore per eccellenza noi non pregheremmo bene e allo stesso tempo, la preghiera personale ci porta alla partecipazione alla preghiera di incommensurabile valore, che è la Messa.

Pregare Dio per i vivi e per i morti, pertanto, è il giusto coronamento delle opere di misericordia spirituale. Noi sappiamo che da Dio veniamo e a Lui ritorneremo, ma in questo cammino Lui non è assente e noi stessi siamo chiamati a colloquiare con lui, senza dimenticarci della carità la quale implica il ricordo del nostro prossimo, vivo o defunto, anche nella preghiera e proprio nell’ ottica di un compiuto ritorno a Dio, e quindi della salvezza eterna.

Come tutte le opere di misericordia spirituale anche la preghiera di richiesta per i vivi e per i morti non è semplicemente un atto univoco, che farebbe del bene semplicemente a quella persona per cui si prega, ma pregare fa bene principalmente a chi prega, infatti, ricorda Sant’Alfonso Maria de’ Liguori: «chi prega certamente si salva, chi non prega certamente si danna». La preghiera costante, fiduciosa e attenta ha, perciò, una efficacia santificante veramente straordinaria ed è se così possiamo esprimerci una strada sicura verso la nostra salvezza, che è la meta ultima del nostro cammino di conversione.

Tale cammino ha ricevuto certamente uno stimolo importante – nella misura in cui ci siamo lasciati fiduciosamente condurre – da questo Anno giubilare che particolarmente ha sottolineato l’importanza della Misericordia e che in questo blog abbiamo voluto celebrare attraverso un commento delle sette opere di misericordia corporale e delle sette opere di misericordia spirituale, al fine certamente di conoscerle – come il Santo Padre ci ha raccomandato nella bolla di indizione del Giubileo, Misericordiae vultus – ma soprattutto al fine di praticarle non solamente in questo anno, ma tutti i giorni della nostra vita.

Sopportare pazientemente le persone moleste

«ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, 
sapendo che l’afflizione produce pazienza,
la pazienza esperienza, e l’esperienza speranza» (Rm 5,3-4)

Se dovessimo incrociare nei Vangeli il tipo della “persona molesta” certamente questa sarebbe ben descritta  dal tipo umano dello scriba e del fariseo che inseguivano Gesù per porre problemi teologici a trabocchetto per farlo cadere, secondo loro, in qualche errore. Continuamente ponevano delle domande e delle richieste non con la sincerità del cuore, ma con un fine obliquo. Tuttavia, l’atteggiamento di Gesù – pur usando a volte parole molto dure al fine di svegliarli dalla loro condotta legalista e al tempo stesso ipocrita – era quello, possiamo dire, della sopportazione paziente. Rispondeva sempre loro, allargando lo stretto circuito intellettuale di cui erano vittima e consigliava al popolo: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno»(Mt 23,3).

Sopportare significa non risentirsi e non adirarsi davanti ai difetti materiali, caratteriali e anche morali del nostro prossimo, ma al tempo stesso compenetrare sempre carità e verità. La sopportazione, su questa scia, avviene, dunque, esercitando la virtù della fortezza che genera in sé la capacità di poter soffrire davanti agli atteggiamenti e alle condotte di vita, nonché alle situaziogiobbeni che non possiamo mutare. La fortezza – secondo il filosofo tedesco Josef Pieper – «non è altro se non la disponibilità a mettere in conto, per amore della realizzazione del bene, la possibilità di riportare delle ferite». In una sola parola questa è la pazienza, che spesso ci porta ad un travaglio ed ad una sofferenza interiore da affrontare così come l’icona biblica di Giobbe ci propone. Proprio tale personaggio non solo si trovò davanti ad un mutamento impressionante del proprio standard di vita in negativo, ma ebbe pure da sopportare i sofismi dei suoi amici che andavano alla ricerca di spiegazioni per quella triste realtà e così anziché aiutarlo lo inducevano allo scoraggiamento.

La sopportazione paziente è legata anche alla durata temporale, non addiviene infatti quasi mai immediatamente a soluzione un problema ingaggiato con il nostro prossimo. Infatti, si presuppone che il “molestatore” – o la situazione che ci infastidisce – non si muti al semplice nostro desiderio, ma che appunto si prolunghi a volte come spina nel fianco per un tempo non determinato. Proprio per tal ragione la pazienza è, dunque, un esercizio continuo che il cristiano – praticando questa sesta opera di misericordia spirituale – deve adottare, soprattutto in un modo che non vuole essere più illuminato dalla fede ed in cui gli uomini cercano realizzazione e salvezza, laddove possono trovare semplicemente noia e perdizione.

A volte le parole non risolvono nulla e allora la sopportazione paziente implica silenzio, preghiera, sacrifici. Il Padre misericordioso ha pazientato anni prima di vedere tornare il figliol prodigo, ma alla fine ecco la gioia del ritorno.

Mentre esercitiamo la pazienza nei confronti del prossimo che ci irrita o delle situazioni spiacevoli in cui ci troviamo pensiamo, però, anche che il Signore usa con noi la sua infinita pazienza non stancandosi mai di perdonarci ogni volta che ci rendiamo a lui molesti con i nostri peccati. Nonostante sappiamo che ciò ferisce il suo amore noi ci allontaniamo da Lui, inseguendo i fuochi fatui delle tentazioni. Il Signore, tuttavia, è sempre lì a sopportarci nei nostri ritardi d’amore con pazienza e a sopportarci senza rinunciare mai al richiamo chiaro della retta via.

Secondo il filosofo Robert Spaemann, l’atteggiamento ragionevole di fronte a ciò che non possiamo mutare – lo possiamo allargare a persone e situazioni spiacevoli – è quello dell’abbandono fiducioso Gelassenheit lo chiamano i mistici tedeschi – cioè «l’atteggiamento di colui che accoglie nel suo volere ciò che egli non può modificare come comprensibile limite del suo agire, l’atteggiamento di colui che accetta il limite […] l’abbandono fiducioso non è perciò fatalismo. È la disponibilità di chi agisce ad accettare anche il fallimento come qualcosa che ha senso[…] l’abbandono fiducioso è la caratteristica dell’uomo felice».

Tutto questo può essere condensato in una preghiera il cui autore è San Tommaso Moro che – soprattutto nelle situazioni in cui siamo chiamati a praticare la sesta opera di misericordia spirituale: sopportare pazientemente le persone modeste è bene ricordare, per chiedere la grazia divina nel saper individuare ciò che è giusto fare davanti a quella persona o situazione che ci è molesta.

«Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre. Dammi Signore, un anima che abbia occhi per la bellezza e la purezza, che non si lasci impaurire dal peccato e che sappia raddrizzare le situazioni. Dammi un anima che non conosca noie, fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti. Non permettere che mi preoccupi eccessivamente di quella cosa invadente che chiamo ‘io’. Dammi il dono di saper ridere di una facezia, di saper cavare qualche gioia dalla vita e anche di farne partecipi gli altri. Signore dammi il dono dell’umorismo» (San Tommaso Moro).

 

Tre nuovi santi e i contro-rivoluzionari d’oggi

Oggi 16 Ottobre 2016, Papa Francesco canonizza sette beati. Tre di loro sono legati con la storia della contro-rivoluzione cattolica in maniera esplicita. Davanti alla pressione di forze ideologiche e rivoluzionarie, ovvero sovversive dell’ordine naturale e cristiano così come si è impiantato nella cristianità occidentale, tanti sono stati coloro che hanno effuso il loro sangue. Davanti alla scelta tra la fede e la sua negazione hanno scelto la fedeltà a Cristo subendo il martirio.

È il caso del primo della lista dei nuovi santi di oggi: Salomone Leclerq (1745 – 1792), che ha vissuto dedicandosi completamente all’educazione cristiana della gioventù francese. Missione interrotta bruscamente dal turbine laicista della Rivoluzione francese che con ogni mezzo doveva sradicare il cattolicesimo legato al papato dal suolo patrio, impisolomonleclerqantando il culto alla dea Ragione. Così come si legge dal libretto della Messa di Canonizzazione: «Nel 1792 [… ] Fratel Salomone vestì civilmente nella speranza di non essere riconosciuto e rimase a custodire la casa dove era il consiglio generale della congregazione. Il 15 Agosto 1792, però, le guardie invasero la casa di Rue Neuve, lo arrestarono e lo condussero al convento dei carmelitani di Rue de Vaugirard, trasformato in prigione. Il 2 settembre fu giustiziato sui gradini del giardini interno del convento per aver rifiutato di giurare fedeltà alla Costituzione civile del clero».

La riflessione intorno alla portata della rivoluzione francese, alle insorgenze vandeane e al gran numero di martiri da essa prodotto portò alla nascita della scuola cattolica contro-rivoluzionaria, più precisamente di quella fase “patristica” della stessa così come ha insegnato Giovanni Cantoni. La Rivoluzione Francese, infatti, non è semplicemente un episodio storico che riguarda la Francia e conclusosi con l’avvento o la fine del regime napoleonico, ma una imponente costellazione di ideologie – culmine dell’aggressione moderna alla religione e al mondo strutturatosi intorno ad essa armonicamente – che si andarono a sviluppare tendenzialmente nei secoli successivi prima nel mondo occidentale e poi per esportazione anche oltre.

Così come i vandeani in Francia, gli insorgenti e i briganti in Italia, anche i cattolici messicani decisero di resistere, anche in armi, al violento processo di secolarizzazione della loro nazione. Tra gli anni 20-30 del secolo scorso, infatti, il Messico fu teatro della cosiddetta guerra cristera che vide i cattolici insorgere contro la persecuzione di stato orchestrata dal governo massonico di Plutarco Elìas Calles. Nelle fila della resistenza anche un ragazzino mimgreseno che quindicenne Josè Sanchèz Del Rìo (1913 – 1928). Dal libretto della canonizzazione leggiamo: «durante una violenta battaglia, il 25 Gennaio1928, Josè fu catturato e condotto nella sua città natale, dove venne imprigionato nella chiesa parrocchiale, ormai profanata e devastata dai federali. Gli fu proposto di fuggire per evitare la condanna a morte, ma rifiutò. Nei giorni della prigionia al fine di fargli rinnegare la fede per salvarsi, fu torturato e costretto ad assistere all’impiccagione di un altro ragazzo che era stato imprigionato insieme con lui. Scuoiatagli la pianta dei piedi, venne costretto a raggiungere a piedi il cimitero dove, posto davanti alla fossa in cui sarebbe stato sepolto, fu pugnalato non mortalmente e gli fu chiesto di rinnegare nuovamente la sua fede. Ma Josè ad ogni ferita che gli veniva inferta, gridava: “Viva Cristo Re! Viva la Madonna di Guadalupe!”. Infine fu giustiziato con un colpo di pistola. […]. Aveva quasi quindici anni. Tre giorni prima aveva scritto alla mamma:“Affidati alla volontà di Dio. Io muoio contento perché sto morendo a fianco di nostro Signore».

La battaglia dei contro-rivoluzionari non ha niente di ideologico, ma è il tentativo di opporre alle forze del demonio che si esplicitano nella storia una resistenza nella costruzione di un mondo a misura d’uomo e secondo il piano di Dio, perché anche dalle leggi e dalle istituzioni dipende la salvezza dell’anima. Tale percorso di ogni uomo di uscita da Dio e di ritorno a lui, il contro-rivoluzionario vuole facilitare  a se stesso e al prossimo innanzitutto ordinando – come ricorda il Concilio Vaticano II – la sfera del temporale secondo Dio.

el_cura_brochero_a_lomo_de_mulaPer far questo – e perché questo non scada in ideologia – ci vuole una grande forza interiore, una continua riforma spirituale personale. Chi non cambia se stesso non può cambiare neanche la società che gli sta attorno. Questa riforma personale per molti contro-rivoluzionari del nostro tempo ha un momento importante nella “scuola” degli Esercizi spirituali ignaziani. Come riferisce lo storico Christopher Dawson, in un suo significativo testo, furono proprio gli Esercizi Spirituali Ignaziani che giunsero provvidenzialmente a far ripartire la Chiesa e la Cristianità dopo la frattura interna causa dal protestantesimo. Serviva non tanto una riforma strutturale ecclesiale, bensì un rinnovamento nello spirito degli uomini dell’epoca e la Provvidenza si servì a tal proposito proprio degli Esercizi spirituali dettati da Ignazio di Loyola. Tale dinamica non può che essere ancora d’attualità, tant’è che l’argentino Josè Gabriel Del Rosario Brochero  (1840 – 1914), altro beato canonizzato oggi da Papa Francesco, ne ha fatto una ragione della sua missione. Sempre dal libretto di canonizzazione si legge: «Divulgò la pratica degli esercizi spirituali di Sant’Ignazio, ottenendo numerose conversioni. Nel 1877 inaugurò una casa per esercizi spirituali, che avrebbe accolto oltre 40000 persone».

Questi tre Santi che oggi Papa Francesco – assieme agli altri quattro – canonizza, sicuramente intercedono per noi, ma allo stesso tempo offrono un modello per il laico, soprattutto se impegnato in una formazione contro-rivoluzionaria. Richiamano, infatti, l’impegno totale nel conseguire la vittoria sulla rivoluzione personale che è il peccato che si annida dentro ognuno di noi consegnando il nostro cuore al demonio, scimmia del Re divino, e l’impegno totale – fino all’ estrema testimonianza qualora ce ne fosse bisogno – nell’opera di costruzione di una nuova civiltà cristiana nel Terzo Millennio.

Tra un mondo che muore e un mondo che nasce. Come agire?

Nel 1935 in una Conferenza il pensatore svizzero contro-rivoluzionario Gonzague de Reynold [1880 – 1970] analizzava, dalla sua contemporaneità, l’epoca che si chiudeva – la modernità – e l’avvicendarsi di un nuovo mondo. Su questo crinale, si chiedeva anche quale fosse il ruolo e la strategia che i cattolici avrebbero dovuto mettere in campo. Difendere il passato, già morto e propulsore della rivoluzione? O – fermo restando la condanna degli errori – assumere un atteggiamento missionario per essere presenti nella nuova e faticosa costruzione di un mondo nuovo? Con delle riflessioni veramente profetiche – dedicate al compito degli intellettuali ma valide per tutti – il pensatore svizzero optava per il secondo atteggiamento, anticipando così la prospettiva del Congonzague-de-reynoldcilio Vaticano II e l’ottica in cui particolarmente si pone ai nostri giorni il Magistero di Papa Francesco.

Di seguito il paragrafo, tratto dal testo Gonzague de Reynold, La Casa Europa. Costruzione, unità, dramma e necessità, a cura di G. Cantoni, D’Ettoris Editori, Crotone 2015, pp. 172 – 174.

Signori, piaccia o non piaccia, dobbiamo accettare il nostro tempo, perché non abbiamo il potere di non esservi e perché la Provvidenza ci ha posto qui per compiervi la sua opera. La nostra missione non consiste assolutamente nel difendere quanto è già morto, già inattuale. La nostra missione non consiste neppure nel rifugiarci in una spiritualità assoluta e chiusa, al di sopra della mischia, lanciando l’anatema sul secolo, sui suoi errori e sulle sue lordure: questa sorta di disfattismo spirituale richiama troppo il pessimismo eccessivo dei giansenisti e dei primi riformatori. Se volete recitare la vostra parte di apostoli e di architetti, il vostro primo dovere sta nel capire questo tempo e di conseguenza nello studiarlo, perché, dice Sant’Anselmo [d’Aosta (1033 – 1109), è «[…] negligenza se […] non cerchiamo di capire quanto crediamo». Il mondo nuovo si fa senza di noi, si fa forse contro di noi, come si è fatto l’impero romano, come si sono fatte le nazioni barbariche: impariamo tuttavia ad entrarvi, anche nonostante esso, come il lievito nella pasta, secondo il consiglio del Vangelo.

Ora, questo tempo è povero; quanti si sforzano di ricostruire sono nati nell’ errore. Noi siamo ricchi di tesori spirituali, di verità, di certezze, di principi, di mezzi, di conoscenza degli uomini, di esperienze. Se prendiamo in considerazione le idee del nostro tempo e il modo in cui le applica, ci è facile condannarlo senza remissione. Ma i fenomeni ai quali assistiamo oggi sono estremamente complessi. Sono fenomeni umani, molto più affettivi che intellettuali, molto più condizionati dai fatti che dalle teorie. Le teorie sono colte attraverso i fatti, trascinate dai sentimenti; le vediamo modificarsi tutti i giorni sotto i nostri occhi. Non si tratta assolutamente – è inutile dirlo – di trascurare le teorie, perché dobbiamo perseguitare instancabilmente l’errore, soprattutto quello in cui ci siamo abituati a vivere. Bisogna anche sapere che siamo di fronte a grandi fatti storici, non a dottrine elaborate e fissate su carta, nel silenzio di uno studio.

Condanniamo dunque le teorie, gli errori con tutte le nostre forze; ma, nei confronti di quanti le applicano o le subiscono, nei confronti degli uomini viventi e dei popoli sofferenti pratichiamo la carità nella sua forma la più elevata e la più difficile: la sua forma intellettuale. Cerchiamo di capire prima di condannare. Negli errori peggiori vi è talora una particella di verità necessaria, che si nasconde: cerchiamo di liberare questa particella; non dimentichiamo che la nostra dottrina cattolica, se è di ferro, attira sempre come una calamita. Anche le forme più estreme e ributtanti contengono necessità vitali o bisogni imperiosi, oppure aspirazioni confuse verso l’ordine politico e la giustizia sociale.

Viviamo, ve l’ho già detto, un periodo di transizione, fra due epoche. Tali periodi non si compiono mai nella pace e nell’ ordine; si compiono sempre nel disordine, e li caratterizza la violenza. Sempre vi è una flessione della moralità, della stessa civiltà. I progressi che si preparano, che verranno riconosciuti, che verranno adottati dopo, iniziano sempre con eccessi, con esagerazioni.

Signori, questo tempo è ancora un tempo di guerra. La fortezza cattolica è la sola a resistere. Non ponetela davanti a voi, come una protezione: ponetela dietro a voi  come un appoggio; entrate nelle trincee del mondo nuovo e portatevi avanti. Perché questo mondo nuovo non va assolutamente atteso, ma fatto, non va assolutamente subito, ma portato, non assolutamente rinnegato, ma conquistato.

 

IL PATRONO E LE ANTICHE RADICI

Acqua scrosciante dal cielo, per giorni e giorni, si abbatteva su quel “rus” di Castroreale, ma il fiume che lambiva il paese era quasi all’asciutto. Una frana più sopra, zona Catalano – scoperta da un Cavaliere, forse San Giorgio – ostruiva, come fosse una diga, il passaggio dell’acqua; allora l’allarme gridato per le vie e per le piazze: «cristiani, chi si può salvare, si salvi!». La bomba d’acqua e fango presto avrebbe cavalcato verso l’antica Rhodis. Un brivido pietrifica tutti, ma occorre muoversi: cosa prendere? Cosa lasciare? E soprattutto verso dove andare?
Mentre il piccolo mondo stava per perire, mentre l’ambiente di una vita stava per essere cancellato, è l’identità che i nostri padri hanno scelto di tenere stretta e di salvare. Erano ben consapevoli delle radici, quei nostri antenati, che – come Enea che ha portato in salvo i Numi tutelari in fuga da Troia conquistata e devastata – mettevano in salvo quel simbolo di fede, quella Statua di San Bartolomeo (opera di A. Calamech) alla cui ombra erano cresciuti, a cui si erano rivolti, verso cui avevano sospirato ed implorato, così come era loro stato insegnato dagli avi.
Siamo nell’ultimo ventennio del XVI secolo, l’alluvione cancella tutto, seppellisce il mondo materiale di prima, sfilaccia la sottile corda della memoria, genera uno choc di popolo, ma lascia viva una traccia: quella di un popolo religiosissimo legato al suo Patrono che ne stabilisce una chiara identità.
Dove andare? Farsi assorbire da Castroreale? Mescolarsi con gli abitanti di Protonotaro o di Milici? Sarebbe finito tutto, le radici sarebbero state recise. In quei momenti concitati si guarda al Patrono. Lo si invoca: “San Bbattulumèu du Castru!” – ma quel carro tirato da buoi, su cui era stata issata la sua statua, non si smuove minimamente, nonostante i bovari incitano e punzecchiano gli animali; “San Bbattulumèu di Petrunutàru!” e poi ancora: “San Bbattulumèu di Milici!”, ma niente! san-bartolomeo
Mentre l’acqua minacciosa avanza, una voce si leva: “San Bbattulumèu di Rrudì!”, i buoi accennano i primi passi e subito procedono velocemente – e dietro di loro un popolo – verso il monte, ai piedi di Limbia, verso la salvezza, verso la ricostruzione.
Il mondo materiale di prima è stato distrutto, le case, le piazze, le strade – forse anche diversi abitanti – non ci sono più, la memoria nel tempo diventa più vaga, ma cosa rimane? Resta l’elemento più importante: l’identità. Quell’ identità che la fede nei secoli aveva forgiato intorno ad un simbolo, intorno alla statua di San Bartolomeo. Questa alta devozione – spesso non scandagliata in profondità – che riconnette i “rodiòti” direttamente alla prima comunità degli apostoli e quindi al Salvatore stesso.
Il mondo materiale è perito, il mondo spirituale ancora una volta diventa il garante della ricostruzione, anche della sfera temporale. E così, giorno dopo giorno, si riscrive una storia, si varcano i secoli all’ombra dei nuovi campanili; tra epiche rissosità rusticane e slanci di generosità, si giunge anche all’Autonomia amministrativa e tra qualche mese il Comune spegnerà 70 candeline.
Il paese è stato riedificato, il “Municipio” è stato concesso! E la comunità? Sì, la comunità, ovvero quella dimensione di un raggruppamento umano in cui è condivisa – riecheggio il filosofo- contadino Gustave Thibon – la stessa esistenza spirituale e materiale e in cui si è soggetti agli stessi rischi e si perseguono i medesimi fini? Sì, la comunità, quell’ anima di un paese che discende dalla somiglianza tra le persone che si riconoscono in un medesimo destino e che vive nelle trame dell’interdipendenza e della solidarietà reciproca. La comunità, c’è?
Bella sfida! La comunità va costruita giornalmente, quella riguarda proprio quel mondo spirituale, che fa grande e prospero il mondo materiale. Essa va costruita a partire dalla nostre radici, da quel riferimento a San Bartolomeo e alla leggenda che corre di bocca in bocca, quasi come “mito” della nuova fondazione. Ma, allora, è necessario andare a fondo al messaggio che ci proviene da Bartolomeo. La pagina del Vangelo che scolpisce nei secoli il carattere di quest’uomo lo presenta come il pio Israelita in cui non c’è falsità, con mente e cuore aperto alla trascendenza. Già alla trascendenza, al cielo, sì, proprio a quelle radici degli uomini che Platone aveva già individuato non nella terra, ma nel cielo, come se l’uomo fosse una sorta di albero capovolto. Questa trascendenza per Natanaele, figlio di Tolomeo, non era più una astrazione, ma una Persona che aveva incontrato: il Rabbi, il Figlio del Dio vivente!
E allora la Festa del Patrono diventa un “luogo” privilegiato per andare non solo alla nostra storia, ma anche al senso che da essa si coglie. Una memoria che ci scuote e ci interroga: qual è il rapporto che noi, come singoli e come paese, abbiamo con l’esempio che ci offre San Bartolomeo: siamo disposti a far rivivere le nostre radici? Siamo disposti a difenderle, respingendo le minacciose alluvioni culturali, morali e spirituali che attentano alla nostra esistenza e che prendono la forma di colonizzazioni economiche ed ideologiche con declinazioni anche locali? Cosa siamo disposti a fare per costruire un clima di comunità nel nostro paese? Ci piace vivere nella verità – sull’esempio di San Bartolomeo – o scegliamo mezze verità o menzogne, se non la via del relativismo?
Costruire la comunità significa scegliere giornalmente la civiltà davanti al pericolo delle barbarie, far vincere la ragione sull’istinto, esercitarsi nell’ordine interiore per costruire un’armonia sociale. Nessuno sta così in alto da potersi ritenere al di fuori di questo compito, nessuno è così in basso da non potersi considerare all’altezza; ognuno, secondo il posto e il ruolo che occupa, è l’attore principale, il cercatore della verità con lealtà e costanza, colui che mette la propria pietra nella costruzione di un grande edificio, l’artigiano della comunità.
Avanziamo verso il futuro, con la chiara idea di costruire – ricevendo linfa vitale dalle nostre radici – un paese migliore, di costruire cioè una comunità… non c’è modo migliore di seguire le orme del Patrono.

Rodì Milici, 24.8.2016