Memoria e Tradizione. I temi della XXXII GMG

Il Papa che non fa notizia. Ecco alcuni stralci del Messaggio per la XXXII Giornata mondiale della Gioventù sul tema «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente» (Lc 1,49) in cui Francesco sottolinea l’importanza della memoria, della tradizione e della fedeltà creativa ad essa, sia sul piano personale che sociale.

[…] essere giovani non vuol dire essere disconnessi dal passato. La nostra storia personale si inserisce in una lunga scia, in un cammino comunitario che ci ha preceduto nei secoli. Come Maria, apparteniamo a un popolo. E la storia della Chiesa ci insegna che, anche quando essa deve attraversare mari burrascosi, la mano di Dio la guida, le fa superare momenti difficili. La vera esperienza di Chiesa non è come un flashmob, in cui ci si dà appuntamento, si realizza una perimgresformance e poi ognuno va per la sua strada. La Chiesa porta in sé una lunga tradizione, che si tramanda di generazione in generazione, arricchendosi al tempo stesso dell’esperienza di ogni singolo. Anche la vostra storia trova il suo posto all’ interno della storia della Chiesa. Fare memoria del passato serve anche ad accogliere gli interventi inediti che Dio vuole realizzare in noi e attraverso di noi. E ci aiuta ad aprirci per essere scelti come suoi strumenti, collaboratori dei suoi progetti salvifici. Anche voi giovani potete fare grandi cose, assumervi delle grosse responsabilità, se riconoscerete l’azione misericordiosa e onnipotente di Dio nella vostra vita. Vorrei porvi alcune domande: in che modo “salvate” nella vostra memoria gli eventi, le esperienze della vostra vita? Come trattate i fatti e le immagini impressi nei vostri ricordi?[…]

I nostri ricordi però non devono restare tutti ammassati, come nella memoria di un disco rigido. E non è possibile archiviare tutto in una “nuvola” virtuale. Bisogna imparare a far sì che i fatti del passato diventino realtà dinamica, sulla quale riflettere e da cui trarre insegnamento e significato per il nostro presente e futuro. Compito arduo, ma necessario, è quello di scoprire il filo rosso dell’amore di Dio che collega tutta la nostra esistenza[…].

[…] occorre riconoscere che in questi nostri tempi c’è bisogno di recuperare la capacità di riflettere sulla propria vita e proiettarla verso il futuro. Avere un passato non è la stessa cosa che avere una storia. Nella nostra vita possiamo avere tanti ricordi, ma quanti di essi costruiscono davvero la nostra memoria? Quanti sono significativi per il nostro cuore e aiutano a dare un senso alla nostra esistenza? I volti dei giovani, nei “social”, compaiono in tante fotografie che raccontano eventi più o meno reali, ma non sappiamo quanto di tutto questo sia “storia”, esperienza che possa essere narrata, dotata di un fine e di un senso. I programmi in TV sono pieni di cosiddetti “reality show”, ma non sono storie reali, sono solo minuti che scorrono davanti a una telecamera, in cui i personaggi vivono alla giornata, senza un progetto. Non fatevi fuorviare da questa falsa immagine della realtà! Siate protagonisti della vostra storia, decidete il vostro futuro! […]

Affinché anche voi giovani possiate cantare un Magnificat tutto vostro e fare della vostra vita un dono per l’intera umanità, è fondamentale ricollegarvi con la tradizione storica e la preghiera di coloro che vi hanno preceduto. Da qui l’importanza di conoscere bene la Bibbia, la Parola di Dio, di leggerla ogni giorno confrontandola con la vostra vita, leggendo gli avvenimenti quotidiani alla luce di quanto il Signore vi dice nelle Sacre Scritture[…]

È vero che avete pochi anni alle spalle e perciò può risultarvi difficile dare il dovuto valore alla tradizione. Tenete ben presente che questo non vuol dire essere tradizionalisti. No! Quando Maria nel Vangelo dice «grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente», intende che quelle “grandi cose” non sono finite, bensì continuano a realizzarsi nel presente. Non si tratta di un passato remoto. Saper fare memoria del passato non 003significa essere nostalgici o rimanere attaccati a un determinato periodo della storia, ma saper riconoscere le proprie origini, per ritornare sempre all’essenziale e lanciarsi con fedeltà creativa nella costruzione di tempi nuovi. Sarebbe un guaio e non gioverebbe a nessuno coltivare una memoria paralizzante, che fa fare sempre le stesse cose nello stesso modo. È un dono del cielo poter vedere che in molti, con i vostri interrogativi, sogni e domande, vi opponete a quelli che dicono che le cose non possono essere diverse.[…]

Una società che valorizza solo il presente tende anche a svalutare tutto ciò che si eredita dal passato, come per esempio le istituzioni del matrimonio, della vita consacrata, della missione sacerdotale. Queste finiscono per essere viste come prive di significato, come forme superate. Si pensa di vivere meglio in situazioni cosiddette “aperte”, comportandosi nella vita come in un reality show, senza scopo e senza fine. Non vi lasciate ingannare! Dio è venuto ad allargare gli orizzonti della nostra vita, in tutte le direzioni. Egli ci aiuta a dare il dovuto valore al passato, per progettare meglio un futuro di felicità: ma questo è possibile soltanto se si vivono autentiche esperienze d’amore, che si concretizzano nello scoprire la chiamata del Signore e nell’aderire ad essa. Ed è questa l’unica cosa che ci rende davvero felici.[…]

 

San Giovanni Paolo II

La sera del 2 aprile 2005, Giovanni Paolo II veniva chiamato al cielo. Sicuramente il papa polacco, beatificato da Benedetto XVI il 1° maggio 2011 e canonizzato da Papa Francesco il 27 aprile 2014, lasciava un monumentale magistero per niente sorpassato, anzi, esso è come una luce che illumina i pontificati successivi e il cammino della Chiesa. Il suo insegnamento, pertanto, rimane una pietra miliare, inserita nel trapasso di un’epoca che da un lato ha visto cadere le ideologie, esito ultimo della modernità, con la caduta del Muro di Berlino e, dall’altro, ha dovuto affrontare la diffusione di nuove sfide quali il relativismo e la rivoluzione antropologica (leggi tutto)

Sicilia: appunti “identitari”/5

Uno sguardo verso il futuro

Il mare, la terra, il cielo sono le radici comuni del popolo siciliano, che descrivono questo continente in miniatura. Il mare è il basamento, la terra i pilastri, il cielo è il tetto di questa “casa culturale” che ha avuto e può avere una vitalità solo se concepita in un sistema di relazioni interne ed esterne. Dal suo etnos emerge forte il suo ethos refrattario alle utopie e alle ideologie, impiantato nella concretezza della vita umana. I siciliani trascorrono la loro esistenza tra sacrifici e sconfitte, ma non rinunciano mai ad uno sguardo speranzoso ed entusiasta verso il futuro. Sulla scorta della storia millenaria si guarda al futuro, vaccinati dai veleni di quel partito ideologico-culturale anti-siciliano che rinchiude  il meridionale e il siciliano – perché vuole distruggere il suo ethos – in una raffigurazione di arretratezza e decadenza, frutto di chiusura ed isolamento, esclusivamente segnato dal fenomeno mafioso. Allo stesso tempo,però, si deve rifuggire dalla “sindrome dell’anima bella, ma incompresa” che vanta una supremazia culturale e poi nulla fa per trovare soluzioni strategiche verso i tanti problemi che persistono.

Fuori dall’ottica risorgimentale e nazionale, e da quella meridionalistica – scrive lo storico Mario Del Treppo -, il cliclé della marginalità del Sud in ogni momento della sua storia, e della sua conclamata inferiorità […] mai riscattata […] è destinato a dissolversi»[1]. Sono, infatti, queste – la retorica risorgimentale nazionalistica e il meridionalismo – due facce ideologiche della stessa medaglia da cui è necessario veramente che il Sud si riscatti per mettere mano ad un cantiere in cui il materiale ci è dato certamente dalla nostra storia, dalle nostre radici, ma che è sempre bisognoso di artigiani che, senza distruggere, possano, nello scorrere del tempo, garantire un contesto vitale e sociale migliore. (Fine).

[1] Mario Del Treppo, Realtà, mito e memoria di Napoli aragonese, in Ilaria Zilli, (a cura di), Fra spazio e tempo. Studi in onore di Luigi De Rosa, vol. I. Dal Medioevo al Seicento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995, pp. 377image

Sicilia: appunti “identitari”/4

Il Cielo, orizzonte comune

Dopo le considerazioni sul mare e la terra, giungiamo al terzo elemento: il cielo. Ancor prima della colonizzazione greca, Sicani, Siculi ed Elimi popolano la Sicilia; dalle testimonianze archeologiche ricaviamo la loro spiritualità legata principalmente ai riti funerari e quindi al culto dei morti, seppelliti in tombe a grotticella artificiale – di tipo a forno le più antiche ed a forma quadrangolare le più recenti – che, tuttora, sono disseminate per tutta l’Isola. Ciò presuppone la credenza – come una “diceria” immortale – in una vita dopo la morte e quindi nell’immortalità dell’anima; con l’arrivo dei greci si guarda ancora al cielo nella fondazione delle poleis. Accanto 1200px-Tomba_a_forno_mulinelloall’agorà, al teatro svettano sempre i templi, che rimangono la certificazione più bella, splendida ed affascinante del periodo greco: un’intera Valle ad Agrigento è, nei secoli, solida testimonianza. Da un lato, l’edificio sacro ribadiva la comunione con la madrepatria, dall’altro la sua costruzione era implorazione della beneficienza delle divinità rispetto alla vita sociale, costituendo una icona della città stessa, del suo splendore e della sua potenza. Una filo rosso lega il susseguirsi delle generazioni siciliane. Esso emerge nello sguardo rivolto verso l’Alto, verso il cielo, nella spiritualità ardente e concreta, spettacolare ed interiore al tempo stesso. È la passione per la ricerca della verità che si esplica nei vari campi, da quello filosofico-scientifico a quello religioso.

La filosofia nasce dalla meraviglia, dallo stupore, a sua volta suscitato dalla bellezza del creato. Quei raggi di sole che illuminano al centro del Mediterraneo le coste greche e siciliane fanno scaturire nei pensatori la domanda principale: Tì estin? Che cos’è? E da lì, l’incalzante richiesta di verità che anima la vita di ogni uomo e che vuole giungere all’essenza della realtà. Tutto questo non deve sembrare un’astrazione, ma la contemplazione del cielo, la visione del Sole, quale immagine del Sommo Bene, così come insegna Platone – visitatore alquanto sfortunato della Sicilia – immette l’uomo sulla via della virtù. Animati da questo spirito sull’Isola emergono menti illustri che seguono le tre navigazioni dello spirito: l’arte, la filosofia, la religione. Da Ruggero II d’Altavilla a Francesco II di Borbone – il Regno di Sicilia, poi chiamato Regno delle Due Sicilie, si presentò davanti agli Stati italiani, nonché davanti all’Europa, con una identità ben definita e con una storia che non può essere affatto pensata come “regionalistica”, bensì come nazionale. In sette secoli di storia, il Mezzogiorno e la Sicilia fornirono alla cultura, e alla cultura cattolica in particolare, personalità di tutto rispetto e di grande peso transnazionale, partecipando di quella cristianità presente sin dal Medioevo in Europa [1].

Tuttavia, la vera esperienza di popolo è legata alla devozione popolare di marca cristiana. Il cristianesimo è alla fine il vero denominatore comune che radica le variegate fronde dell’albero siciliano in un quid unitario. Introdotto tra gli anni 40 e 60 d.C., da allora, ha entusiasmato e caratterizzato tra gli apogei e le crisi il popolo siciliano. Non c’è un paese o città, borgo montano o marino, in Sicilia, che annualmente non vibra in attesa della festa del Patrono. Non c’è luogo in cui il tempo non si sospende nel giorno della festa del Santo o della Santa di riferimento. Il cristianesimo ha reso la spiritualità concreta, perché si è calato nella cultura siciliana e con essa si è saldato, valorizzando l’antica spiritualità e rinnovandola sui nuovi binari del messaggio di Cristo. Questo legame è costitutivo e perenne. La comunità si riunisce attorno al suo Santo, si identifica con la sua storia, scopre le sue radici e i motivi di speranza per affrontare il futuro.

Non passi neanche in secondo piano il fatto che nelle costellazioni delle devozioni popolari sono emergenti le figure femminili: Agata, Lucia, Rosalia – e ancor prima Ninfa, Oliva, Cristina – tutte donne che hanno rivendicato la libertà della propria interiorità di fronte al potere, al successo, al ricatto, alla morte. E ora vivono inscritte nel cuore delle comunità che le onorano. Non sbagliamo, dunque, se diciamo che Palermo è Santa Rosalia, Catania Sant’Agata, Siracusa Santa Lucia.

madonnamilizieSu questa linea, la devozione che accomuna tutti i siciliani è quella verso la Madonna! L’Immacolata viene proclamata Patrona dell’Isola nel 1643, ma sin dai primissimi tempi dell’evangelizzazione della Sicilia, la sua presenza s’intreccia con la sua storia. Al Senato messinese Maria, la Madre del Salvatore, invia una Lettera riconoscente, le cui ultime parole sono incise a perenne richiamo sul basamento della stele della Madonna della Lettera eretta nel porto di Messina. Dalla tradizione bizantina s’impianta la devozione a Santa Maria Odigitria, a colei che “conduce nel cammino”. È nel cammino della storia del popolo siciliano la sua presenza non è certo mancata. Solo due esempi: nel 1091 nella piana di Donnalucata, invocata dai Normanni e dagli Sciclitani, appare su un cavallo bianco come guerriera per respingere il pericolo saraceno. E ancora a Messina, durante il travagliato ventennio della Guerra dei Vespri siciliani, apparve come una Dama Bianca per rincuorare i combattenti. In anni più recenti nel 1950, bagna di lacrime una statuetta che la ritrae a richiamo universale per tutti gli uomini sempre più indotti, da una secolarizzazione aggressiva, lontani da Dio e quindi dalla piena realizzazione anche sociale. (continua…)

[1] Cfr. AA.VV., 1861 – 2011. A centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?, op. cit.

Sicilia: appunti “identitari” /3

La terra, un intreccio tra paesaggio e tessuto urbano

La Sicilia non è, tuttavia, solo mare, ma anche terra. Sconfinata, variegata, massiccia, l’Isola è un susseguirsi di altipiani a scacchiera e vallate, di colline e montagne che continuano in maniera virtuale l’Appennin10778376_xxl-etna-landscape-opto: i Peloritani, i Nebrodi, le Madonie, fino alla Montagna vero nomine: l’Etna, il vulcano attivo più grande d’Europa. Questa terra è solcata dalle fiumare, corsi d’acqua a carattere torrentizio e dipinta nella gamma di colori che procedono dal biancastro della zona sud orientale al nero della pietra lavica, forgiata dal magma del vulcano. Paesi e città che si inerpicano nelle montagne e che conoscono la neve d’inverno e la calura dei giorni d’estate in cerca delle serate in cui l’escursione termica porta refrigerio. In mezzo a tutto questo il latifondo – smisurati appezzamenti di terreno seminativo, arido e non irrigato – in cui i contadini si recavano per la coltivazione e ancora il giardino e l’orto, questi ultimi di tipo irriguo e necessitanti di tanta acqua. Questa terra, incontrando il lavoro dell’uomo, che lasciava di buon mattino la casa per recarsi per ore ed ore – ricurvo sotto il sole – nei campi, dona agli abitanti tanti prodotti essenziali, tra cui emergono: il grano – probabilmente portato dalla Palestina dai Fenici – è il cereale per cui la Sicilia divenne importante soprattutto nell’economia antica e almeno fino al Secolo XVI; il vino gustoso, forte, inebriante, bevuto anche da Giulio Cesare, fino al Cinquecento era termine di paragone con tutti i vini dello Stivale; e ancora l’olio, prodotto agroalimentare, tipico del Mediterraneo che ha avuto in Sicilia ed in Grecia le sue origini più antiche e illustri e i diversi agrumi che colorano la piana di Catania e sono costanti coltivazioni nel paesaggio collinare.

Questa terra ricca e pronta ad arricchire – spesso dimenticata – a causa del miraggio di un “posto” di lavoro nell’apparato burocratico, intensivamente offerto dai governi post-unitari a risarcimento della politica di impoverimento del Meridione, o peggio ancora obliata a causa di progetti di industria pesante, mai completamente realizzati e laddove impiantati terribilmente nocivi per l’ambiente e la vita dell’uomo, è ancora pronta per risorgere nella misura in cui potrà incontrare nuovamente il sudore della fronte dell’uomo. Il Sud-Italia e la Sicilia, in particolare, hanno costituito un elemento tutt’altro che marginale che riguarda il ruolo di collegamento culturale, economico, commerciale, operato dal Regno del Mezzogiorno tra l’Occidente romano-germanico e l’Oriente greco-bizantino ed islamico. La situazione patrimoniale del Regno duo siciliano, alla vigilia dell’Unità d’Italia, superava di gran lunga, con i suoi 443,3 milioni di lire d’oro, quella degli altri stati preunitari messi assieme, come del resto conferma anche il liberale Francesco Saverio Nitti [1868 – 1953]. Nel caso siciliano, più particolarmente, il reddito si basava, oltre che sulla pesca e sui cantieri navali, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione di agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.

Nel corso del tempo, questa terra – l’Isola verde degli Arabi – è stata rivestita dal manto urbano: la Sicilia è una terra di Città e  di paesi che si susseguono l’uno dopo l’altro nelle coste e che sono segnate spesso da notevole distanza nell’entroterra. La struttura rimane quella greco-romana, quella per intenderci delle poleis, un sistema che fino al midollo struttura i centri urbani di medie o piccole dimensioni con al centro la piazza, l’antica agorà, luogo dell’incontro e del confronto, spazio in cui l’animale razionale esercita attraverso la parola il suo essere sociale. Accanto alla piazza svetta, poi, il campanile, segno della presenza della trascendenza in mezzo agli uomini e poi tanta bellezza ricavata dal lavoro creativo dell’uomo: le ceramiche, ad esempio, sono ciò che proprio viene dalla terra, dall’argilla cotta e lavorata, modellata e dipinta dai maestri di Sciacca, Caltagirone, Santo Stefano di Camastra. Essa fa esplodere il genio siciliano e connette perfettamente la spinta della natura con l’apporto della cultura, del pensiero dell’artigiano, così come la varietà dei paesaggi si riverbera nei tanti dialetti in uso, risultanti di storie e influenze differenti.

Ma la terra di Sicilia genera anche drammi e catastrofi; è unt3a terra che trema e nel corso dei secoli diventa teatro triste  di distruzioni e morti: eventi sismici accompagnano e segnano la storia di questo popolo, ma dopo il terremoto v’è sempre la rinascita, e laddove più forte è stata la distruzione più energica fiorisce la bellezza. Come, ad esempio, nella Val di Noto, dilaniata dal terremoto del 1693, rinata nel barocco siciliano, quale segno di risurrezione dal grande male. La ricostruzione segna un rinnovamento urbano che decreta la vittoria sulla calamità naturale, grazie alla bellezza dell’opera dell’uomo.

Abitare questa terra, sia in contesti rurali che in contesti cittadini, significa essere inseriti in una forte struttura sociale che connette, in un sistema di relazioni ben calibrato, l’individuo alla comunità. Perno della struttura sociale è la famiglia – certamente quella nucleare – composta da genitori e figli, ma che tiene saldi rapporti di parentela, che vengono accresciuti tramite la consuetudine del comparaggio che stringe alla parentela persone che naturalmente non rientrerebbero, richiedendoli come testimoni di nozze o padrini e madrine di battesimi e cresime. Ma la famiglia guarda anche al vicinato, alle amicizie, alle alleanze che vanno onorati negli anniversari, nelle ricorrenze, nelle feste di paese con inviti reciproci e banchetti extraordinari e scambio di doni. Questa organizzazione ha molte ricadute sia nel campo economico che nel campo politico.

È necessario, dunque, che prendiamo le distanze dalla categoria astratta ed ideologica di “familismo” e – lontani da eventuali involuzioni patologiche – consideriamo vera terra dell’uomo siciliano la famiglia, istituzione primaria e forte che connette relazioni e germina l’uomo alla vita sociale. Questo aspetto non può non rientrare a pieno titolo nei caratteri identitari del popolo siciliano e, quindi, con lo storico Pietro Bevilacqua chiediamoci: «per qual regione, il legame familiare, la parentela, l’amicizia, la pratica consuetudinaria del dono, l’attaccamento al luogo natìo, il ruolo della madre nella vita sociale, il culto dei santi e dei morti dovrebbero costituire delle tare storiche della società meridionale, l’ostacolo culturale che le ha impedito e le impedisce di approdare alla modernità?»[1] (continua…)

[1] Pietro Bevilacqua, Presentazione a Mario Alcaro, Sull’identità meridionale. Forme di una cultura mediterranea, Bollati Boringhieri, Torino 1999, p. IX